Repressione ad orologeria a Modena. 83 denunciati per manifestazione sindacale.
Voci dalla città

Repressione ad orologeria a Modena. 83 denunciati per manifestazione sindacale.

Ieri pomeriggio 83 avvisi di conclusione delle indagini preliminari sono stati consegnati dagli agenti della Polizia di Stato.
I denunciati sono molti tra coloro che, dal 2016, hanno iniziato a bloccare la produzione e la distribuzione di merci e prodotti in uno dei distretti più importanti e redditizi del territorio modenese.

Scioperi, questi, organizzati dal sindacato di base SiCobas nella zona sud-ovest della provincia modenese tra Castelnuovo, Sassuolo e Vignola, che hanno visto i lavoratori denunciare situazioni contrattuali del tutto illegali, false cooperative nonché condizioni
di sfruttamento e ricatto tali che persino un settimanale come “L’Espresso” riassumerà nel titolo perentorio “I forzati del mattatoio”.

Manodopera a basso costo, spesso migrante, sottoposta ad un duplice ricatto sia economico che amministrativo (permessi di soggiorno); eccola l’innovativa ricetta del tessuto cooperativistico locale che “tanto ha dato e tanto ha fatto” in termini economici per il fabbisogno del Pil nazionale. Un modello neoliberista che ormai, al nono anno di crisi consecutiva, ha esaurito tutte le false promesse annunciate e non si vergogna più di mostrare un sistema distributivo sempre più nelle mani di pochi, che garantisce se stesso attraverso la precarizzazione e lo sfruttamento delle fasce sociali non garantite (o meglio, non messe in condizione di poter soddisfare le proprie esigenze, bisogni, aspettative).

Qualcosa però in questo “sistema” si è incrinato, ha scricchiolato e il rumore è stato udito anche dalle sorde e sonnecchiose orecchie di chi vorrebbe, autoilludendosi, continuare a crogiolarsi nel mito del benessere, “dell’Emilia rossa e felice”, di un territorio essenzialmente benestante senza scioperi e blocchi delle linee produttive che hanno sconvolto non solo l’idea ma anche l’effettiva capacità produttiva e riproduttiva del comparto carni modenese. Il ferraginoso rumore delle ganasce dei freni dei camion bloccati davanti ai cancelli ha trasmesso forte e chiaro la voglia di rivendicare i propri diritti per centinaia di lavoratori e lavoratrici strozzati da anni di sfuttamento, da cooperative fittizie che non rispettano i termini contrattuali, da licenziamenti politici per coloro che osano protestare; tutto, è sempre bene ricordarlo, con il silenzio e la
complicità dei sindacati confederali perpetuate anche dopo i lacrimogeni e le manganellate dello Stato.

Il processo ad Aldo Milani, coordinatore nazionale del SiCobas, che comincerà a breve, è la prova di quanto la lotta portata avanti finora toccasse nervi scoperti di messa a nudo del marcio (spacciato per oro) presente sul nostro territorio.

Il 4 febbraio 2017 una manifestazione sindacale di caratura nazionale, venne prima vietata (fatto gravissimo e inaudito) dal questore Paolo Fassari (che non si è mai fatto remore invece nel concedere le piazze a neofascisti dichiarati), per poi conquistarsi il centro della città dimostrando una forza e una legittimità che solo chi lotta realmente e
chi fa della solidarietà una pratica sa esprimere.

A distanza di sette mesi da quel giorno, dopo numerose e ripetute mobilitazioni arriva l’attacco della procura con un’operazione che coinvolge collettivi autonomi e lavoratori iscritti al SiCobas. Denunce che hanno tutto il sapore di una vendetta da parte di istituzioni sempre più screditate e rabbiose ma non solo. Denunce, queste, che arrivano a destinazione in un contesto particolare, quello di una settimana caratterizzata dal blocco nazionale del settore della logistica facente capo a SDA, Poste Italiane e UPS, a poca distanzadalla prima udienza del processo ad Aldo Milani, dalla mobilitazione ResetG7 di Torino ed infine dallo Sciopero Generale unitario indetto per il 27 ottobre dalle sigle del sindacalismo di base.

Mai come in questo caso, “denunce ad orologeria” come si suol dire, denunce che evidenziano un certo nervosismo da parte della classe padronale che pare temere come nient’altro il montare di nuove mobilitazioni. Né il governo, né i sindacati confederali, né i partiti hanno ormai più nulla da offrire: aumenti salariali, case, pensioni, tutte le conquiste del passato, frutto delle grandi lotte operaie e popolari del secolo scorso che non solo non verranno più elargite ma, al contrario, stanno venendo eliminate una ad una.

Pian piano, anche l’illusione di un capitalismo “dal volto umano”, di un cambiamento progressivo “attraverso le riforme” sta venendo smantellata e l’unica strada realmente praticabile in uno scenario come questo sarà la lotta cosciente e organizzata nel tentativo di riprendere in mano il proprio destino.

23 Settembre 2017

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