Assemblea cittadina – Chi decide la città?
Voci dalla città

Assemblea cittadina – Chi decide la città?

‘Qui si parla di un motore che sarà pure a diesel ma quando si mette in moto non ne ha per nessuno’.

(Il sindaco Muzzarelli riferendosi alle potenzialità di Modena)

 

Senza Quartiere Invita tutti e tutte all’assemblea pubblica che si terrà domenica 22 ottobre alle ore 16 in piazza Sant’Eufemia.

La scelta della piazza non è sicuramente casuale, un luogo centrale e storico, all’ombra dell’Università e dell’Ex Caserma Occupata. Stimolare dibattito all’interno di un nodo cittadino che ha visto intrecciarsi cultura, storia e pratiche di autodeterminazione e riscatto, dal basso. Crediamo sia occasione per ragionare assieme sul mutamento sociale, economico e politico che intorno a noi si sta affermando. Una ristrutturazione dello spazio urbano che ignora tanto le preoccupazioni quanto i desideri dei cittadini e che agisce in maniera opposta alle problematiche che si prefigge di affrontare. Mai come ora, in città, occorre abbandonare l’impotenza e la rassegnazione per tentare di riallacciare i fili di un corpo collettivo e solidale in grado di opporsi all’arroganza di chi, attualmente, sta decidendo la città. In fin dei conti è lo spazio urbano quello che ci stanno ridisegnando attorno e come realtà sociali, non siamo affatto previsti nel progetto. Qua c’è un tavolo da ribaltare! Discutiamone assieme.

 

Finalmente anche Modena ha ricominciato a interrogarsi su se stessa.
Occorrevano forse un paio di record poco invidiabili (capitale italiana in quanto a sfratti e l’aria peggiore d’Europa) e un’amministrazione cittadina sempre più sciatta, nuda e incapace di nascondere degnamente le proprie vergogne, per risvegliare in qualche modo un barlume di coscienza critica, quaggiù nell’invisibile tossicità della provincia emiliana.

A pigiarli tutti insieme, i tasti dolenti della città: inceneritore, Mata, chioschi sui viali, Bretella Campogalliano-Sassuolo, Novi Park e piano sosta, Ex Manifattura Tabacchi, l’aria della Madonnina e le nuove palazzine in zona Vaciglio, la sinfonia che fuoriesce si fa rumore meccanico e stridente.
In  realtà, ciò che scricchiola pericolosamente è un intero modello di sviluppo che si materializza in una ristrutturazione dello spazio urbano totalmente separata dai bisogni e dai desideri dei propri cittadini, quasi come si trattasse di una vera e propria colonizzazione profondamente irrazionale e terribilmente insostenibile. In parallelo, accanto alla crisi del modello di sviluppo, vi è quella di una governance, ad esso collegata, destinata ad un drenaggio di consensi che sembra, all’oggi, inarrestabile.
Parliamo di un sindaco, Muzzarelli, ma soprattutto di un partito, il Pd, che tanto a livello nazionale quanto a livello locale si è fatto da tempo veicolo principale della criminogena attuazione del diktat neoliberale.
Ci troviamo esattamente in quel limbo nel quale comincia a emergere la consapevolezza che non sia più sufficiente (come se lo fosse mai stato!) un voto o un comitato elettorale pronto per le prossime amministrative a raddrizzare il destino della città ma che occorra plasmarlo sempre più con la partecipazione, la solidarietà e, perché
no, con una rinnovata radicalità.

“Chi decide la città?” è un’espressione che oltrepassa la semplice domanda, che parla a noi direttamente perché, in fin dei conti, anche solo il nostro interrogarci su Modena, sul tipo di città che vorremmo che fosse è una domanda anche su noi stessi, sulle nostre relazioni, sulla nostra mobilità, sulla nostra salute, sulle nostre vite ed infine sulle nostre scelte e sulla loro effettiva capacità di influenza nel reale.
Dopotutto non sono scelte quelle che prevedono un ulteriore consumo di suolo a fonte di migliaia di appartamenti vuoti in città, o di investimenti che prendono le vie della sicurezza e della costruzione della cosiddetta “smart city” mentre da tempo rimangono a secco i rubinetti per urgenti politiche sociali e la maglia nera in Italia per quanto riguarda gli sfratti non è forse dettata proprio da una scelta, da un non-intervento? La resa quasi incondizionata di beni pubblici quali la salute e il benessere dei cittadini alla speculazione e agli interessi dei privati non sono forse una scelta politica? Chi decide la città?

In questi giorni sentiamo da più parti invocare “il riutilizzo”, “la ristrutturazione” e “il recupero” del patrimonio immobiliare già esistente in città. Proposte logiche che, ovviamente, ci trovano d’accordo ma a questo gioco la logica conta quasi zero. Vincono gli interessi che si rallentano solo attraverso rapporti di forza adeguati. Lo scorso anno, a margine degli sgomberi dell’Ex Caserma e di via Bonacorsa, proposte che guardavano verso queste direzioni vennero più volte portate all’attenzione dell’amministrazione. Proposte di cohousing o di ristrutturazione a carico di chi era stato sgomberato dagli edifici abbandonati di proprietà del Comune potevano essere buone soluzioni non solo in funzione di risposta di carattere “emergenziale” ma, al contrario, avrebbero potuto indicare una strada, un percorso, utile ad andare verso quel recupero del patrimonio sfitto di cui tanto oggi si parla. Quello spiraglio è sempre stato chiuso in maniera inequivocabile da un’Amministrazione comunale che sul disagio sociale ha sempre avuto un atteggiamento volto esclusivamente a dimenticare o a nascondere. Lo si afferma senza alcun tipo di entusiasmo, non c’è all’oggi alcuna possibilità di recuperare lo sfitto o il ‘vuoto’ in questa città e questo non perchè manchino le capacità ma perchè non vi è nessuna volontà politica di subordinare gli interessi economici al bene collettivo e comune.

Proprio per questo, come piazza in cui discutere, abbiamo scelto Sant’Eufemia, un luogo non neutro, a breve distanza dal Comune e da quell’Ex Caserma occupata (tuttora presidiata da una vigilanza a guardia del vuoto in cui è rimasta e che allora, mentre l’arco politico istituzionale richiedeva il ripristino della legalità, il sindaco assicurava la Cassa Depositi e Prestiti che il luogo sarebbe presto stato ‘liberato’ al più presto) che nel maggio del 2016 fece emergere in città in maniera deflagrante tanto il problema abitativo quanto quello del patrimonio immobiliare abbandonato, esattamente i temi che oggi circondano il dibattito pubblico.

Ciò che ci proponiamo è di stimolare un dibattito quanto più franco e reale possibile all’interno di un nodo cittadino che ha visto intrecciarsi cultura, storia e pratiche di autodeterminazione e riscatto, dal basso. Crediamo sia occasione, questa, per ragionare assieme sul mutamento sociale, economico e politico che intorno a noi si va affermando. Una ristrutturazione dello spazio urbano che ignora tanto le preoccupazioni quanto i desideri dei cittadini e che agisce in maniera opposta alle problematiche che si prefigge di affrontare.

Cemento, motori, porcilaie e cooperative, principali colonne portanti del modello di sviluppo che ha caratterizzato tanto la città quanto questo territorio, hanno esaurito da tempo la propria spinta propulsiva lasciando sul terreno un’assuefazione carica di inerzia, malaffare e conformismo. Partiti e sindacati della cosiddetta “sinistra”,da sempre partecipi del blocco di potere che un determinato tessuto produttivo ha espresso (Legacoop, Cmb, Quadrifoglio, ecc.) si son fatti complici sistemici, smettendo da tempo di guardare a quei luoghi e a quei contesti che più di tutti hanno vissuto il peso della crisi economica. Siamo arrivati così al paradosso che in una città che si autorappresenta come “di sinistra”, nel 2017, possano passare in sordina lacrimogeni e manganelli della celere sui lavoratori. Non solo, può succedere così che una manifestazione di un sindacato nazionale come il SiCobas, in città, possa essere vietata dalla Questura nel silenzio più totale dei sindacati confederali e col tacito e codino consenso di una governance sempre più aggressiva, piazze che in città, lo ricordiamo, vengono tranquillamente concesse a più riprese a fascisti dichiarati. Il male del nostro tempo è sistemico e proprio per questo crediamo che all’interno di una mappa urbana questioni del lavoro, dello sfruttamento e delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto produttivo non possanno essere sottaciute.

La rassegnazione al deserto politico-sociale che ci verrà creato intorno da parte di chi decide, di chi muove i fili e di chi esercita il potere oggi in città non è una scelta che può essere presa in considerazione. Si chiama autotutela e la presa in carico che noi stessi agiamo in quanto parte integrante di un segmento sociale che ha la coscienza di essere parte attiva non solo nelle decisioni che poi ‘tecnici’ riproporranno, ma soprattutto nella ricostruzione quotidiana e dirompente del nostro essere ‘io”, soggetto produttivo e quindi parte integrante di un sistema produttivo e riproduttivo che costantemente si rimodula e cerca di ristrutturarsi in funzione di ciò che “noi” determiniamo con le nostre rivendicazioni, lotte e desideri’.

Mai come ora, in città, occorre abbandonare l’impotenza e la rassegnazione per tentare di riallacciare i fili di un corpo collettivo e solidale in grado di opporsi all’arroganza di chi, attualmente, sta decidendo la città. In fin dei conti è lo spazio urbano quello che ci stanno ridisegnando attorno e come realtà sociali, non siamo affatto previsti nel progetto.

Qua c’è un tavolo da ribaltare! Discutiamone assieme.

7 Ottobre 2017

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