Aemilia: un sistema criminale che va oltre una sentenza.
Inchieste

Aemilia: un sistema criminale che va oltre una sentenza.

1223: sono questi gli anni complessivi relativi alle pene inflitte lo scorso 31 ottobre durante l’ultima udienza del processo Aemilia. Con la condanna di 120 dei 148 imputati si è dunque scritta la parola fine al primo grado di giudizio del più grande maxiprocesso della storia del nostro paese, secondo solo a quello che si è svolto a Palermo nel 1986.

Prima di comprendere l’importanza e al contempo la pesantezza di condanne che, in certi casi, sfiorano anche i 21 anni, è utile in primo luogo tentare di spiegare perché il processo Aemilia ha in qualche modo segnato la storia della nostra regione.

Innanzitutto è stato un vero e proprio schiaffo in faccia nei confronti di tutti coloro che, nonostante i numerosi segnali provenienti dal territorio, hanno tentato in tutti i modi di rinnegare prima e sminuire poi la presenza mafiosa in Emilia Romagna. Così non è. E probabilmente non occorreva una sentenza a dimostrarlo, ma oggi questa sentenza esiste e pesa come un macigno sul tessuto omertoso e compiacente che si è venuto a creare in Emilia Romagna negli ultimi trent’anni.

L’importanza del processo Aemilia, inoltre, è strettamente collegata alla sua identità che è mutata udienza dopo udienza. Troppo comodo, per molti, presentare questo processo come un procedimento penale nei confronti di un centinaio di calabresi venuti al nord qualche anno fa e autori di una “contaminazione” che è stata “finalmente stoppata con gli arresti prima e la sentenza poi”. La mafia nella nostra regione esisteva e godeva di ottima salute prima del processo Aemilia e continua a vivere bella e beata anche dopo questo processo che, è utile sottolinearlo, pone sotto i riflettori un’unica cosca di una sola mafia italiana, ovvero quella di ‘ndrangheta dei Grande Aracri. Tuttavia l’Emilia Romagna, insieme al Piemonte e alla Lombardia, è l’unica regione in Italia in cui sono presenti tutte le mafie italiane e straniere. Non è dunque complicato capire come con il processo Aemilia non sia stato sconfitto nulla: se da un lato è stata violentemente stroncata l’attività di una delle cosche più potenti presenti in regione, dall’altro lato tutte le altre ne hanno approfittato per riorganizzarsi.

Come dicevamo, però, il processo Aemilia ha avuto una peculiarità: ha cambiato totalmente aspetto nel corso delle udienze. Inizialmente presentato come un procedimento penale nei confronti di una cosca di ’ndrangheta infiltrata al nord, Aemilia è diventato un qualcosa di molto più complesso.

Si può, in realtà, parlare di un processo che ha posto alla sbarra un vero e proprio sistema criminale integrato all’interno del quale i tasselli si incastrano, si completano e si integrano tra di loro.

Al centro, come punto focale, abbiamo la cosca dei Grande Aracri che non si è semplicemente infiltrata ma, dopo trent’anni di attività, si è ben radicata sul territorio emiliano soprattutto nel “quadrato” Modena- Reggio Emilia- Piacenza- Parma. Si tratta inoltre di una vera e propria organizzazione criminale autonoma, con una struttura unitaria e una gerarchia semiverticistica e orizzontale. Tre sono i padrini della cosca emiliana, ognuno con una propria zona di competenza. Alfonso Diletto per la bassa, Francesco Lamanna per Piacenza, Nicolino Sarcone per Reggio Emilia. Una cinquantina i personaggi interni al clan: organizzatori, partecipanti o semplici appartenenti che in esso si riconoscono e vengono riconosciuti.

Oltrepassata la linea di confine arriviamo agli innumerevoli personaggi appartenenti all’Emilia bene che in questi anni hanno ruotato attorno alla cosca, affidandosi ad essa e da essa traendo profitto: professionisti, amministratori, politici, imprenditori, giornalisti, questori, esponenti delle forze dell’ordine. La mafia seduta sul banco degli imputati del processo Aemilia parla e comprende benissimo il dialetto emiliano-romagnolo, veste in giacca e cravatta, si trova all’interno dei cantieri più importanti, sfrutta i lavoratori e maneggia con cura denaro sporco ripulito da una pratica prevista dalle legge, ovvero quella del massimo ribasso delle base d’asta. In questo modo, all’interno di quella zona grigia in cui la mafia emiliana è nata e crescita, il mafioso mette a disposizione la propria disponibilità economica, il colletto bianco la propria conoscenza economico-finanziaria. Il più grande merito di questo processo, indipendentemente dalle condanne, è stato quello di aver messo in crisi la comoda immagine di una mafia rozza, grezza e meridionale che ha contaminato una vergine Emilia Romagna. Così non è, lo sapevamo già. Ma oggi esiste una sentenza che lo conferma.

Quello che resta da fare è dunque partire da questa consapevolezza: il processo Aemilia ha stroncato la potenza della cosca dei Grande Aracri, ma non ha assolutamente indebolito la forza di quel “sistema criminale integrato”.

Lo ha posto in luce, ci ha dato elementi per comprenderne la forza e la resistenza, ne ha messo alla sbarra alcuni protagonisti. Ma ciò non basta. Perché è un sistema diffuso in tutta la regione, “che ha puntato alla mente degli emiliani” così come scrivono gli inquirenti nelle carte processuali. È uno schema che, nonostante i diversi protagonisti, si ripete, si sviluppa e si concretizza in numerosi ambiti dell’economia emiliano-romagnola.

Per la prima volta, ad esempio, una Corte ha condannato un imprenditore emiliano, Augusto Bianchini, per il reato di caporalato. Quante sono le denunce che provengono in tal senso dal distretto modenese della lavorazione delle carni? Tantissime. Eppure ancora oggi si fa fatica a parlare di quel sistema come un sistema “mafioso” che permette a imprenditori di arricchirsi sfruttando i lavoratori.

Quanti sono i campanelli di allarme provenienti da Modena, colpita dalla cementificazione selvaggia? Tantissimi. Eppure anche in questo caso risulta difficile parlare di sistema “mafioso”, nonostante a Reggio Emilia si siano verificate le stesse dinamiche e si siano alzati, anni fa, gli stessi moniti.

E’ una prudenza che, tuttavia, cela al proprio interno una grave (e non casuale) incapacità da parte della classe politica e dirigente della nostra regione di assumersi le proprie responsabilità, di ammettere i propri errori, di svelare la propria inadeguatezza.

Se da un lato, da anni, vengono stipulati patti, convenzioni, protocolli, progetti da amministrazioni comunali , associazioni antimafia e diverse istituzioni con lo scopo di “debellare in maniera definitiva il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa nei nostri territori”, dall’altro lato grazie a questo processo è emersa una più che sospetta “leggerezza” nell’affrontare tematiche di fondamentale importanza come quello della presenza mafiosa in regione.

L’ex sindaco di Reggio ed ex ministro Graziano Delrio, ascoltato dagli investigatori ha ammesso di non sapere che il boss Nicolino Grande Aracri fosse di Cutro (nonostante questo dato fosse emerso nei numerosi studi portati avanti dallo studioso Enzo Ciconte e finanziati dall’allora amministrazione comunale a guida proprio di Delrio).

O ancora la posizione non ancora del tutto chiarita dell’attuale dirigente all’urbanistica di Modena Maria Sergio, moglie del sindaco di Reggio Luca Vecchi. E’ infatti di circa cinque pagine l’informativa dell’Aisi in cui i servizi segreti scrivono che l’assunzione di Maria Sergio da parte dell’ex sindaco Graziano Delrio come dirigente all’urbanistica del comune di Reggio Emilia, sarebbe stata una contropartita ai voti ottenuti dalla comunità calabrese di Reggio nelle elezioni del 2004. “Tale nomina sarebbe stata conferita alla dirigente dopo le elezioni amministrative del 2009 quale contropartita per l’appoggio elettorale fornito dalla locale comunità calabrese all’attuale maggioranza politica in seno all’amministrazione comunale”. Nè la Sergio, nè il marito, inoltre, hanno ritenuto opportuno dichiarare pubblicamente di aver acquisito la propria casa da Francesco Macrì, uno dei principali imputati del processo Aemilia adesso condannato a 6 anni e 3 mesi.

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Un processo è terminato (o almeno il suo primo grado di giudizio), una cosca di ndrangheta è stata praticamente decimata, i suoi esponenti messi in carcere. Ma il sistema criminale di cui sono espressione, insieme ai colletti bianchi che delle mafie utilizzano la potenza economica e la forza intimidatrice, gode ancora di una salute di ferro. Ecco dunque il prossimo passo da compiere: riconoscere tale sistema, comprenderne le mille sfaccettature, puntare il dito contro i suoi protagonisti.

Non fermare la lotta.

1 Novembre 2018

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