Gilet Jaunes. Infografiche e il terreno che si muove sotto i nostri piedi.
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Gilet Jaunes. Infografiche e il terreno che si muove sotto i nostri piedi.

È trascorso più di un mese e mezzo ormai dai primi blocchi stradali e dall’entrata in scena dei Gilet Jaunes, movimento tutto francese ma con echi di natura continentale (basti pensare alle recenti dichiarazioni di Moscovici sulla possibilità di sforamento del deficit da parte della Francia) tant’è che anche nella nostra città se ne comincia a parlare pubblicamente.

Per questo motivo, come Senza Quartiere, abbiamo tradotto queste infografiche, prese da Le Monde e un articolo di David Graeber. Ricordiamo solo che, dall’inizio delle grandi manifestazioni (il 17 novembre) e l’Atto IV (8 dicembre) in Francia, nel corso delle mobilitazioni, sono già morte otto persone mentre il conto dei feriti tocca quota 1407. E domani potrebbe essere il turno del VI Atto.

Le infografiche qui di seguito sono prese e tradotte da quest’inchiesta di Le Monde ,uscita l’11 dicembre e frutto del lavoro di un collettivo di oltre 70 ricercatori del CNRS e dell’INRA.

 

Gilet Gialli 4.001

Gilet Gialli 3.001

Gilet Gialli 2.001

Gilet Gialli 1.001

Queste infografiche, prodotte da un primo studio sociologico del CNRS, mostrano la composizione sociale dei Gilet Jaunes e lo spettro delle loro rivendicazioni e delle loro pratiche. Dallo studio, senz’altro parziale e filtrato, emergono comunque con chiarezza 1) la chiara individuazione del nemico nei più ricchi e nel governo; 2) il nuovo desiderio di protagonismo di coloro che si sono trovati dal lato sbagliato degli ultimi decenni di neoliberismo, e la loro crescente radicalizzazione; 3) il rifiuto più totale del frame narrativo razzista e sovranista; 4) parallelamente, l’appartenenza politica maggioritaria è dichiaratemente di sinistra, la destra populista è assolutamente marginale.

In definitiva, già questo primo parzialissimo studio smonta in maniera categorica le interpretazioni nostrane che vogliono i GJ come un movimento populista in odor di fascismo.

Intanto la mobilitazione non si arresta, ed è già stato chiamato il prossimo Atto #ActeVI #GiletJaunes #GiletGialli #YellowVests

 

Il secondo materiale che proponiamo è quest’articolo tradotto di David Graeber:

Se una caratteristica fondamentale di ogni momento davvero rivoluzionario è il completo fallimento delle categorie convenzionali usate per descrivere ciò che succede attorno a noi, allora è chiaro che stiamo vivendo tempi rivoluzionari.

Mi colpisce che la profonda confusione, o addirittura incredulità, mostrata dai commentatori francesi – e ancora di più dai commentatori di tutto il resto del mondo – di fronte ad ogni successivo Atto dello spettacolo dei Gilet Jaunes, che sta raggiungendo il suo apice insurrezionale, è un risultato della quasi totale incapacità di prendere in considerazione i modi in cui il lavoro e i movimenti si sono schierati contro il potere sono cambiati nel corso degli ultimi 50 anni, e in particolare dal 2008. Gli intellettuali per la maggior parte hanno svolto un lavoro estremamente povero nel comprendere questi cambiamenti.

Lasciatemi iniziare offrendo due proposte come fonte di parte della confusione:

1) in un’economia finanziarizzata, solo quanti stanno più vicini ai mezzi di creazione del denaro (essenzialmente, investitori e le classi professionali/manageriali) sono nella posizione di impiegare il linguaggio dell’universalismo. Come risultato, ogni rivendicazione politica, in quanto basata su particolari bisogni e interessi, tende ad essere trattata come una manifestazione di politiche dell’identità, e, nel caso della base sociale dei Gilet Jaunes quindi, non può essere immaginata che come proto-fascista.

2) dal 2011, è avvenuta una trasformazione globale delle assunzioni di senso comune riguardo cosa dovrebbe significare partecipare a un movimento democratico di massa – almeno tra quelli più propensi a farne parte. I vecchi modelli di organizzazione verticali o avanguardisti hanno lasciato il passo a un modello di orizzontalità dove la pratica e l’ideologia (democratiche, egualitarie) sono definitivamente due facce della stessa medaglia. L’incapacità di comprendere questo fatto dà la falsa impressione che movimenti come i Gilet Jaunes siano anti-ideologici, addirittura nichilisti.

Diamo un po’ di contesto a queste affermazioni.

Sin dall’abbandono del sistema aureo da parte degli USA nel 1971, abbiamo visto uno profondo spostamento nella natura del capitalismo. La maggior parte dei profitti delle società non sono più derivati dal produrre o anche dal commerciare alcunché, ma dalla manipolazione del credito, del debito e delle “rendite regolamentate”. Dal momento in cui i governi e le burocrazie finanziarie diventano così intimamente intrecciate che è sempre più difficile distinguerli uno dall’altro , la ricchezza e il potere – in particolar modo, il potere di creare denaro (cioè, credito) – diventano anch’essi effettivamente la stessa cosa. (Qui è dove stavamo indirizzando l’attenzione con il movimento di Occupy Wall Street, quando parlavamo dell’1%, cioè coloro con l’abilità di trasformare la loro ricchezza in influenza politica, e viceversa). Ciononostante, i politici e i commentatori mediatici si sono rifiutati sistematicamente di riconoscere le nuove realtà, per esempio nel discorso pubblico uno deve ancora parlare di politiche fiscali come se fossero in primo luogo un modo per i governi di aumentare le entrate per finanziare le proprie operazioni, mentre in realtà è sempre di più semplicemente un modo di 1) assicurare che i mezzi di creazione del credito non possano essere mai democratizzati (poiché solo un credito approvato ufficialmente è accettabile come pagamento delle tasse), e 2) ridistribuire potere economico da un settore sociale all’altro.

Dal 2008 i governi hanno immesso nuovo denaro nel sistema, che, a causa del noto effetto Cantillon, ha teso ad accumularsi quasi esclusivamente tra coloro che già possedevano risorse finanziarie e i loro alleati tecnocratici nelle classi professionali e manageriali. In Francia chiaramente costoro sono proprio i macronisti. I membri di queste classi sentono di essere l’incarnazione di ogni possibile universalismo, siccome la loro concezione dell’universale è fermamente radicata nel mercato, o, sempre di più, in quella terribile fusione di burocrazia e mercato che è l’ideologia regnante di ciò che viene chiamato il “centro politico”. Ai lavoratori, in questa realtà centrista, è sempre di più negata ogni possibilità di universalismo, poiché non possono letteralmente permettersela. L’abilità di agire per la preoccupazione per il pianeta, per esempio, invece che per mere esigenze di sopravvivenza, è un effetto collaterale diretto delle forme di creazione di denaro e della distribuzione manageriale delle rendite: chiunque sia forzato a pensare solo alle proprie necessità materiali o a quelle della propria famiglia sembra stia affermando un’identità particolare: e mentre alcune identità possono essere concesse (con condiscendenza), quella della “classe lavoratrice bianca” può essere solamente una forma di razzismo. Si può osservare lo stesso fenomeno negli USA, dove i commentatori liberali sono riusciti a sostenere che se i minatori di carbone dei monti Appalachi hanno votato per Bernie Sanders, un ebreo socialista, dev’essere comunque un’espressione di razzismo, esattamente come con la curiosa insistenza che i Gilet Jaunes devono essere fascisti, anche se non l’hanno realizzato loro stessi.

Questi sono istinti profondamente antidemocratici.

Per capire il fascino del movimento – cioè, dell’improvvisa comparsa e selvaggia diffusione di una politica democratica, e persino insurrezionale – penso che siano da tenere in considerazione due fattori comunemente passati sotto traccia.

Il primo è che il capitalismo finanziarizzato implica un nuovo allineamento delle forze di classe, con i tecno-dirigenti sopra tutti (sempre più coloro impiegati nel “lavoro inutile” di far lavorare, come parte del sistema di redistribuzione neoliberale), contro una classe lavoratrice che può ora essere inquadrata più come “classe della cura” – coloro che crescono, si prendono cura, mantengono e sostengono – più che come classe di produttori. Un effetto paradossale della digitalizzazione è che, pur avendo reso la produzione industriale infinitamente più efficiente, essa ha anche reso la sanità, l’educazione e altri settori della cura meno efficienti; questo, combinato con la deviazione di risorse verso le classi amministrative sotto il neoliberalismo (e relativi tagli allo stato sociale) ha significato che praticamente ovunque sono stati gli insegnanti, gli infermieri, i badanti, i paramedici e altri membri di queste “classi della cura” che sono stati la prima linea della militanza sindacale. Gli scontri tra i lavoratori delle ambulanze e la polizia a Parigi in queste settimane possono essere presi come un vivido simbolo della nuova organizzazione delle forze sociali. Di nuovo, il discorso pubblico non è rimasto al passo con le nuove realtà, ma col tempo inizieremo a doverci chiedere domande completamente nuove: non che forme di lavoro possono essere automatizzate, per esempio, ma quali vorremmo che lo fossero e quali no: quanto a lungo vogliamo mantenere un sistema dove dove più un lavoro aiuta o beneficia direttamente altri esseri umani, meno è probabile che uno sia pagato per quel lavoro.

Secondo, gli eventi del 2011, a partire dalla Primavera Araba fino ad Occupy, appaiono come una rottura fondamentale nel senso comune politico. Un modo in cui ci si può rendere conto che una rivoluzione globale ha davvero avuto luogo è che idee considerate follia poco prima sono diventate il terreno di base della vita politica. La struttura senza leader, orizzontale e direttamente democratica di Occupy, per esempio, era stata quasi universalmente caricaturata come imbecille, romantica, e disfunzionale, e non appena il movimento venne soppresso, fu dichiarata la ragione per il suo fallimento. Sicuramente sembrava esotico, fondandosi profondamente non solo sulla tradizione anarchica, ma anche sul femminismo radicale, e persino su alcune forme di spiritualismo indigeno. Ma ora è diventato chiaro che questa organizzazione è diventata dappertutto il modo predefinito di organizzarsi democraticamente, dalla Bosnia al Cile ad Hong Kong al Kurdistan. Se emerge un movimento democratico di massa, ci si aspetta che prenda questa forma. In Francia, Nuit Debout potrebbe essere stato il primo movimento ad adottare questa politica orizzontalista su una scala di massa, ma il fatto che un movimento originariamente composto dai lavoratori dalle zone rurali e dalle piccole città e dai lavoratori autonomi abbia adottato spontaneamente una variazione di questo modello mostra fino a che punto abbiamo a che fare con un nuovo senso comune riguardo la natura stessa della democrazia.

Più o meno l’unica classe di persone che sembrano incapaci di afferrare questa nuova realtà sono gli intellettuali. Proprio come durante Nuit Debout, molte delle auto-insignite leadership del movimento sono sembrati incapaci o maldisposti ad accettare l’idea che forme orizzontali di organizzazione erano in effetti una forma di organizzazione (essi semplicemente non riuscivano a capire la differenza tra il rifiuto di una struttura gerarchica e il caos completo), così ora gli intellettuali della sinistra e della destra insistono che i Gilet Jaunes sono “anti-ideologici”, incapaci di comprendere che per i movimenti sociali orizzontali, l’unità di teoria e prassi (che per i movimenti sociali radicali del passato tendevano ad esistere molto più in teoria che in pratica) esistono realmente nella prassi. Questi nuovi movimenti non hanno bisogno di una avanguardia intellettuale per fornirli di un’ideologia, perché ne hanno già una: il rifiuto delle avanguardie intellettuali e l’accettazione della molteplicità e della democrazia orizzontale stessa.

Esiste, certo, un ruolo per gli intellettuali in questi nuovi movimenti, ma esso richiederà un po’ meno parlare e un po’ più ascoltare.

Nessuna di queste nuove realtà, che si parli delle relazioni con il denaro e con il potere, o delle nuove visioni sulla democrazia, è probabile che sparisca troppo presto, qualsiasi cosa accada nel prossimo Atto dello spettacolo. Il terreno si è spostato sotto i nostri piedi, e faremmo bene a pensare a chi va la nostra lealtà: col pallido universalismo del potere finanziario, o con coloro i cui atti giornalieri di cura rendono possibile la società.

21 Dicembre 2018

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