Elogio alla banalità. XI anno di crisi.
Contributi

Elogio alla banalità. XI anno di crisi.

Fuori è freddo, dentro pure. Una sera come tante, veloci automobile tracciano, con le loro luci, percorsi su vecchie e stanche strade che sonnecchiano dopo una dura e pesante giornata di lavoro. L’asfalto è vivo e rende evanescente qualsiasi ricordo di tempi andati, quelli in cui aprivi i lignei scuri e l’iride veniva abbagliata  dal verde, dal giallo e dall’azzurro di una natura oramai chiusa e legata in uno scantinato, tremante e febbricitante. Un anziano signore cammina solo con il giornale del giorno precedente sotto al braccio. Si ferma, tossisce, mi saluta con un sorriso e se ne va a cercare la metà perduta della sua vita. Lo seguo con lo sguardo fino a che i miei occhi daltonici non riescono più a riconoscere il confine tra il suo giubbotto grigio e la strada.

Vortici di vento generati dal passaggio delle automobili alzano nuvole di particelle scure che partono per la loro spedizione infernale andando a conficcarsi direttamente nei miei polmoni trovando un luogo sicuro in cui riposare per la notte. Mi accendo un’altra sigaretta continuando a camminare. Ho sempre apprezzato l’urgenza e il bisogno dell’essere umano di ricordarsi che, in fondo, è un essere mortale.

Mi fermo sotto a una finestra accesa, rumore di stoviglie, una vomitevole voce sovranista esce da una televisione. Ombre viola e blu si proiettano  su visi incantanti e incantevoli di una giovane coppia, ferma davanti  a una serie  televisiva, consumando la cena dopo una giornata di lavoro separati e impegnati  nel lottare dentro alla giungla della precarietà, finalmente di nuovo insieme. Non riescono nemmeno a parlarsi, anestetizzati nel raccontarsi a vicenda le storie della loro quotidiana sopravvivenza e dell’inutilità di un futuro che appena lo nomini, scompare. Uno stridulo gemito arriva da un’altra stanza, il loro futuro li sta chiamando.

Ancora maledette automobili. Cerco di  materializzare nelle mie narici il ricordo inebriante di un profumo improvviso, salsedine e crema solare. Un rimedio insegnatomi da due mani di donna rugose, stanche e di un’antica dolcezza che stasera manca come l’aria buona da respirare. Un locale aperto in cui all’interno, alla sera, si bevono sensi di colpa e rimpianti a metà prezzo. Una ragazza si paga gli studi universitari dispensando doppio malto e pazienza a chi ha bisogno di fuggire dal mondo, seppur per qualche ora soltanto.

Un pachiderma grigio, di amianto e cemento, si appoggia ai bordi della statale, rinchiudendo al suo interno centinaia di persone tornate di corsa per la partita di Champions league, sono storie di sofferenza e povertà, tutte insieme davanti alla televisione, accomunate solo dal fatto che non avranno mai un decimo di quel mondo dorato che i canali televisivi gli propinano come reale. Aromi di birra e sigarette escono da un bar gestito da due ragazzi poco più che trentenni, vivono e lavorano nello stesso luogo, ventiquattro ore di monotonia e continuità per trecentosessantacinque giorni, per tutta la loro vita. Gli occhi vuoti e scavati degli avventori si riflettono nei vetri del frigorifero ricolmo di alcolici, mani grosse e callose rese gialle dalla nicotina si affrettano a buttare monete in macchinette colorate e rumorose. Bestemmie in lingue incomprensibili mescolate a colpi di tosse e rumore acciottolante di bicchieri  fanno da contorno creando un luogo mistico e alieno. Aria, ossigeno e pressione atmosferica registrano valori differenti in certi luoghi del globo, non so se sia vero però  credo  che in certi luoghi tutto sia possibile.

Mi assale il ricordo di un luogo in cui l’aria era molto più pulita e leggera, tanti nasi la respiravano e tante voci la scaldavano. Erano cuori, carni e ossa in continua vibrazione generando una risonanza in grado di creare un campo di energia così potente da costringere le puttane della normalizzazione e del controllo a uscire dalle loro tane. Sono arrivati in massa e hanno staccato la spina.

Ho sempre pensato che la vibrazione non sia normalizzabile: può essere elusa, controllata, ridicolizzata e banalizzata ma non normalizzata.

Una linea ferroviaria taglia in due una città intera, uno stanco dopo lavoro ferroviario cade a pezzi consentendo ai ragni di ripararsi per la notte. I ragni tessono tele negli angoli morti della città, uno di loro rientra con una borsina di plastica piena di cibo e Ceres. Il cibo è per i piccoli, la Ceres per lui. Anche loro si riposano dopo una estenuante lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Come per un gioco del destino di fronte a loro si staglia un angolo dorato della città, una vecchia fabbrica resa lussuosa da appartamenti di pregio…completamente vuoti. I ragni la guardano e il chiarore della luna fa brillare le lacrime che escono dai piccolissimi occhi degli aracnidi. In un’altra vecchia fabbrica, invece, i ragni più adulti si tagliano e si pungono le zampe, sognando di svegliarsi e di essersi tramutati, come per magia, in esseri umani.

Ancora auto, un lampo illumina a giorno la città ormai addormentata. Dal cielo scendono lacrime di realismo che bagnano tutti e tutte. Infastiditi da questo, ognuno corre al riparo per asciugarsi e sperare che la mattina successiva sia sereno, così da non dover più ripensare a quando, bagnati dal realismo, si sono interrogati sulla propria eterna incertezza e quotidiana banalità.

12 Marzo 2019

About Author

admin


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *