Fabian. Il suo nome era Fabian.
Primo piano, Voci dalla città

Fabian. Il suo nome era Fabian.

Decoro, sicurezza, legalità: sono queste le parole d’ordine che sembrano ormai regolare la vita quotidiana che si consuma all’interno della città di Modena. Il caso modenese è infatti del tutto contraddistinto dalla consolidazione del binomio concettuale decoro-degrado.

Ma è proprio dietro la sfavillante retorica della lotta al degrado che si cela il mostro dell’esclusione.

E’ di due giorni fa la notizia della morte di un uomo, il cui corpo è stato rinvenuto sulle scale esterne di sicurezza della casa protetta San Giovanni Bosco. Il suo nome era Fabian. “Un 54enne argentino”: è stata liquidata con queste parole la vita, l’esistenza, l’identità e persino la morte di un essere umano. A farlo è un quotidiano locale, la Gazzetta di Modena che attraverso la firma di Stefano Totaro non perde tempo e coglie la palla al balzo per scrivere l’ennesimo articolo sul degrado di un angolo della città. “Noi chiamiamo le forze dell’ordine di giorno e di notte ma sinora, a parte qualche retata mirata, non si è risolto nulla. La situazione è annosa, spesso ci sentiamo in assedio. Ci dispiace per quel poveretto, purtroppo è uno dei tanti che stazionano qui. Alcuni residenti che vogliono restare anonimi per non incappare in ritorsioni sono esasperati” sono questi solo alcuni passaggi di un articolo firmato dallo stesso Totaro comparso oggi sulle pagine della Gazzetta.

Non è un caso, in realtà, che un articolo del genere compaia ad appena un giorno di distanza dalla morte di Fabian. Per capire il perché, però, bisogna stracciare il velo di ipocrisia narrativa tipico di questa città e andare a fondo.  I concetti degrado e decoro, come detto, vengono sempre più spesso presentati in coppia. Sia all’interno del dibattito pubblico che all’interno della dialettica sociale e mediatica. Sono a tutti gli effetti diventati dei veri e propri criteri estetico-morali, una unità di misura attraverso la quale stabilire lo stato di salute di questa città. Tutto parte dal decoro urbano, istituzionalmente presentato come strumento di prevenzione e controllo del territorio. E’ proprio in nome del decoro, e al fine di salvaguardarlo e di promuoverlo, che bisogna porre in essere tutta una serie di pratiche volte a combattere il degrado. Prima di combatterlo, tuttavia, bisogna trovargli una definizione, vestendolo in realtà con un nuovo abito semantico.

Un buon punto di partenza potrebbe essere la cosiddetta “teoria delle finestre rotte” (quella per cui se in una città è presente un palazzo con i vetri delle finestre rotti che non vengono riparati, allora i vandali tenteranno di rompere anche gli altri vetri per entrare all’interno dell’edificio, al fine di occuparlo o danneggiarlo). In poche parole: il degrado produce crimine. Si tratta di un rapporto inversamente proporzionale: diminuisce lo stato sociale e aumenta lo stato penale. E’ la povertà che aumenta il potenziale pericoloso presente in ogni essere umano. Ecco perché i termini decoro e degrado non possono essere scissi dai termini sicurezza e legalità. Il dibattito pubblico modenese si fonda dunque sul rapporto tra queste quattro parole. E, di conseguenza, è su di esse che si producono le pratiche cittadine basate dunque sulla produzione di margini.

Questa retorica si trasforma infatti in una penna che permette di tracciare il margine, la linea che separa un “noi” da un “loro”. All’interno di una logica quasi “igienista” si definiscono le caratteristiche che rendono un cittadino degno di essere incluso all’interno della vita cittadina e, al contempo, si chiariscono i tratti peculiari di chi, invece, deve essere in un primo momento allontanato. Poi espulso, annientato, dimenticato. E, soprattutto, “anonimizzato” (“un 54enne argentino”). E’ al culmine di questa logica che va inserito il “daspo urbano” introdotto da Minniti, ovvero la possibilità per i sindaci di impedire l’accesso sul territorio urbano a soggetti considerati indesiderati. Proprio perché tu, con il tuo stile di vita, non sei degno di prendere parte alla vita di una città produttiva e brillante come Modena metto in atto, in primo luogo, tutta una serie di azioni che possano quanto più possibile marginalizzarti. In modo tale, in un secondo momento, da rendere quanto più veloce e semplice la tua totale espulsione.

Per fare ciò, inoltre, bisogna irrompere all’interno delle dinamiche sociali con un magistrale “dividi et impera”. E in questo un ruolo fondamentale viene svolto dai giornali locali che prestano sempre di più, e in maniera sempre più chiara, a una nuova declinazione narrativa del contesto modenese. Come? Attraverso la richiesta di partecipazione dei lettori (con interviste, testimonianze, segnalazioni, foto o video). Ogni strato della società deve essere connotato dall’ossessione per il degrado. Ecco perché non stupisce il passaggio dell’articolo della Gazzetta di Modena firmato da Stefano Totaro (“Noi chiamiamo le forze dell’ordine di giorno e di notte ma sinora, a parte qualche retata mirata, non si è risolto nulla. La situazione è annosa, spesso ci sentiamo in assedio”).

Eccolo qui, il magistrale dividi et impera, la ridefinizione di “senso civico” che vorrebbe trasformare ogni cittadino in parte attiva nel rendere decorosa la propria città. La stampa come “longa manus” delle politiche messe in atto negli ultimi anni. Tutto questo, inoltre, rafforza anche un altro obiettivo: rendere Modena una città vetrina. Luogo di grandi eventi, fiore all’occhiello della regione, posto invidiabile e invidiato. Ancora una volta la campagna antidegrado rafforza la propria ragion d’essere:  gli emarginati, quelli che schiamazzano, che bivaccano sulle panchine sono i principali pericoli della “messa a valore” di questa città. Ed ecco nuovamente l’articolo di Totaro (“di notte schiamazzi e risse, di giorno gruppi di stranieri, di pomeriggio gruppetti di giovani”).

Tutto questo per dire e rimarcare una cosa: Fabian. Il suo nome era Fabian.

E viveva a Modena da almeno vent’anni.

12 Novembre 2019

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2 COMMENTS ON THIS POST To “Fabian. Il suo nome era Fabian.”

  1. Come scambiare la notizia per le politiche di walfare senza essere però essere propositivi che dopo Mirandola e Bibbiano godono di proprio un’ottima salute.

  2. La città dell’accoglienza muzzarelliana
    Ha mostrato ancora il suo lato ipocrita
    Semmai ve ne fosse bisogno…………….
    Ma attenzione non scambiatelo vper razzismo etnico perché in realtà si tratta di razzismo economico….,era semplicemente povero….. tutto lì…..
    E si sa che a quella che tutti continuano erroneamente sx i poveri non piacciono più…..molto meglio le élite…,.con le quali si scaldano meglio i salotti buoni…..

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