Abbiamo assistito all’udienza per la “sorveglianza speciale” a Eddi, Jacopo e Paolo. Un tema che riguarda tutte e tutti.
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Abbiamo assistito all’udienza per la “sorveglianza speciale” a Eddi, Jacopo e Paolo. Un tema che riguarda tutte e tutti.

Come redazione di SenzaQuartiere abbiamo partecipato al presidio in solidarietà ad Eddi, Paolo e Jacopo ai quali la procura di Torino cerca da mesi di applicare la sorveglianza speciale. Abbiamo assistito all’udienza perché riteniamo che sia un tema che riguarda da vicino ogni cittadino di questo paese.

Un’aula di tribunale piena, un’udienza durata quattro ore e un centinaio di compagni arrivati da tutta Italia in segno di solidarietà. Sono queste le tre immagini che restano della giornata di ieri, durante la quale si è svolta a Torino l’ultima udienza a carico di Eddi, Paolo e Jacopo.

Nei loro confronti la Procura di Torino ha richiesto l’espulsione dalla città e la sorveglianza speciale (della durata di un anno per Paolo e di due per Eddi e Jacopo) in quanto, secondo il PM Emanuela Pedrotta, in seguito all’esperienza maturata nelle YPJ e nelle YPG, i tre militanti avrebbero “appreso tecniche di combattimento che potrebbero essere utilizzate anche in territorio torinese e nazionale”.  Una lotta, quella portata avanti da Eddi, Paolo e Jacopo in territorio siriano, ripetutamente utilizzata dall’accusa al fine di dar vita ad una narrazione che ha come punti focali tutte le azioni portate avanti in Italia dai tre ragazzi. Non è un caso, infatti, che la PM Pedrotta abbia dichiarato in aula che “l’esperienza Siriana, qualunque significato e importanza le si voglia attribuire, non può costituire una sorta di immunità per le condotte antigiuridiche commesse prima e dopo in Italia”. La Pedrotta ha dunque elencato, in un’ora e mezza circa di discorso, tutta una serie di eventi che negli anni passati hanno avuto come protagonisti proprio Eddi, Paolo e Jacopo.

Il modus operandi dell’accusa si è basato su un punto fondamentale, ovvero quel “ribaltamento di senso” citato più volte dall’avvocato Claudio Novaro, difensore dei tre ragazzi. Presidi di solidarietà, forme di disobbedienza civile e manifestazioni di dissenso sono stati tradotti in reati penalmente perseguibili. Proprio per questo risultano più che comprensibili, ancora una volta, le parole dell’avvocato durante la sua arringa in relazione ai fatti del Buyabes, locale torinese di fronte al quale si manifestò in segno di solidarietà nei confronti di un lavoratore non retribuito “In questo caso il soggetto socialmente pericoloso è il datore di lavoro che non paga il proprio dipendente, non i ragazzi che esprimono la propria vicinanza al lavoratore non retribuito. Qui si scambia la legittima solidarietà con possibili reati. È questo, in buona sostanza, il metro di giudizio con cui si guardano le azioni di questi ragazzi”.

In conclusione, con l’udienza di ieri, un dato è nuovamente emerso in tutta la sua chiarezza: questo è un processo basato sulla costruzione della percezione della pericolosità sociale di Eddi, Paolo e Jacopo. È stato lo stesso Jacopo, al termine dell’udienza, a definire questa vicenda come “assurda e indecente, un procedimento ideologico-politico che non si basa su accuse concrete”.

La seduta si è conclusa con un’ulteriore presa di tempo di 90 giorni al termine dei quali il tribunale emetterà la “sentenza”.

Quella contro i 3 compagni non è l’unico esempio di persecuzione da parte delle istituzioni liberali europee di chi ha sostenuto la lotta contro Isis, proprio in questi giorni infatti in UK il padre di un combattente internazionalista dello Ypg è stato arrestato con l’accusa di terrorismo.

17 Dicembre 2019

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