Di imperatori, barbari e altre storie…
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Di imperatori, barbari e altre storie…

Terminata quest’ultima tornata elettorale che ha visto la vittoria del leader Stefano Bonaccini in Emilia Romagna e la vittoria di Jole Santelli (centrodestra) in Calabria, vorremmo provare ad abbozzare alcuni ragionamenti.

Non ci interessano troppo le percentuali di voto, sicuramente importanti in un contesto elettorale, ma che, a differenza di altre occasioni, riescono a dire poco o nulla, a causa di meccanismi elettorali (vedi il voto disgiunto) che hanno potuto creare una sorta di imbuto molto sfruttato da chi si è presentato come argine alle barbarie piuttosto che da chi ha tentato l’assalto all’impero, tentando disperatamente di prendere il timone della regione.

Certamente sarebbe interessante notare come il famoso episodio del “citofonatore Salvini”, all’interno del quartiere Pilastro di Bologna, non abbia minimamente scalfito la scelta elettorale dei votanti di questa zona bolognese che hanno preferito optare per il candidato della coalizione guidata dal Pd. E’ molto importante notare come il cavallo di battaglia degli ultimi mesi all’interno della campagna elettorale del capitone compiuta al grido: «E allora i poveri bambini di Bibbiano?» non abbia minimamente scalfito i cuori dei bibbianesi che hanno votato in massa per Bonaccini tra i plausi del sindaco Andrea Carletti (a cui recentemente la Cassazione ha ritirato le misure cautelari per i fatti dell’inchiesta Angeli e Demoni). Alla faccia della Borgonzoni. Ci soffermiamo ancora un attimo su un ultimo dato interessante. Il comune di Brescello. In questo paesino del reggiano, recentemente commissariato dopo l’inchiesta Aemilia, quella che ha scoperchiato i rapporti tra la ‘ndrangheta, impresa e politica, il dato elettorale è talmente interessante che sarà l’unica percentuale che riporteremo in questo articolo: 57% per la Borgonzoni, 37% per Bonaccini.

Partiamo da questi primi dati per tentare un primo ragionamento a caldo rispetto a queste ultime elezioni regionali, in quanto crediamo che sia molto più interessante  analizzare la distribuzione “geografica” del voto all’interno della regione emiliano romagnola.

Il voto è fortemente disomogeneo in quasi tutte le province eccezion fatta per il capoluogo di regione, Bologna, che in quasi tutti i seggi elettorali ha visto una netta maggioranza data al Partito Democratico. Basta però spostarsi leggermente per vedere come a Modena, a Reggio Emilia, a Ravenna e a Forli-Cesena, in si registra una vittoria della coalizione per Bonaccini i dati non riscontrano più un’ampia maggioranza, via via che ci si allontana dai capoluoghi di provincia più centrali, infatti, questa maggioranza inizia a scricchiolare. Basta consultare i dati elettorali per rendersi conto di come nei piccoli comuni lontani dai grandi centri città si siano registrate delle sensibili alterazioni dei dati elettorali. In questi piccoli centri urbani i ‘barbari’ hanno ottenuto importanti vittorie. Se poi teniamo conto che Piacenza, Parma, Ferrara a Rimini sono andati con maggioranze nette alla Lega, possiamo avere un’idea più chiara di come queste ultime elezioni siano una vittoria alquanto problematica per il Pd.

Sicuramente l’insoddisfazione e la rabbia delle ‘periferie’ hanno giocato un ruolo molto importante per i risultati elettorali a favore della Lega, ma questo non è bastato.

Decenni di politiche di accentramento regionale verso i grandi centri urbani, produttivi e riproduttivi, hanno isolato sempre più i piccoli comuni. L’ultimo show che si è tenuto riguardo alla chiusura dei reparti negli ospedali ‘minori’ (pensiamo al punto nascite di Pavullo nel Frignano, nel modenese, ad esempio), condotto a colpi di spot elettorali, ben rappresenta ed anticipa i temi e la portata politica della prossima giunta regionale. Tutto questo però non è bastato ai ‘barbari’ per conquistare l’Impero.

 I centri urbani più popolosi e più ricchi (in termini di reddito, non ne facciamo certo un questione di cultura politica) hanno optato per la riproduzione di se stessi.

Il cambiamento non coincide con gli interessi economici, a meno che non sia un cambiamento interno, una sorta di trasformismo, una nuova muta. Per quale motivo le ‘grandi eccellenze’ del nostro territorio, pensiamo ad Italpizza o Cremonini spa, dovrebbero spingere per un cambio di casacca quando possono tranquillamente influenzare coloro che gli garantiscono la tranquillità e il profitto. Se hanno bisogno di mano d’opera a basso costo, ecco che nasce una legge per il lavoro a chiamata e i sindacati confederali  firmeranno contratti nazionali degni dell’Inghilterra ottocentesca. Se devono trasportate merci o scavare cave per produrre cemento da rivendere, ecco che nasce l’indispensabile esigenza di una nuova Bretella o di un’ignobile legge regionale sul “consumo di suolo” che svenderà i territori e darà il via libera alla costruzione di inutili insediamenti abitativi.

In tutto ciò, ovviamente ben vengano (per chi rappresenta la continuità) i movimenti spontanei come le oramai famose Sardine. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella rielezione del Partito. Nel nome del riformismo interno. Come si suole dire: «Affinché nulla cambi, tutto deve cambiare.»

Concludendo questa prima parziale analisi del voto non possiamo non accennare ad un altro movimento spontaneo nato nelle piazze non molti anni fa, anche se ormai sembra essere passata un’era geologica, il Movimento Cinque Stelle. Il partito del cambiamento si è ridefinito per quello che ormai esprime: il nulla.

Le percentuali ridicole di voto rappresentano la normalizzazione sociale di quel cambiamento espresso più come rigidità morale piuttosto che come conflitto del basso verso l’alto. Basti pensare che molti iscritti della prima ora hanno votato per Bonaccini.

Il cerchio è oramai completo. Il sipario si chiude. Nasci incendiario, muori pompiere.

27 Gennaio 2020

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