Sgomberi dell’11 maggio, dopo quattro anni la Questura dà l’obbligo di firma a chi soccorse Francesca
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Sgomberi dell’11 maggio, dopo quattro anni la Questura dà l’obbligo di firma a chi soccorse Francesca

 

Era iniziato a metà gennaio il processo per gli sgomberi dell’11 maggio 2016 e per le violente cariche in piazzale Redecocca (qui il nostro articolo) che vedono imputato anche un poliziotto, che già arriva un colpo di scena.

La Questura di Modena notifica l’obbligo di firma (in una maniera che la dice lunga sullo stato di salute della democrazia in questo Paese) al ragazzo che per primo soccorse Francesca sulla scalinata degli uffici comunali di piazzale Redecocca.

Come Senza Quartiere pubblichiamo la sua testimonianza:

Sono tornato a Modena dopo un qualche anno passato all’estero per questioni di studio. Dalle sporadiche apparizioni che facevo, solitamente in prossimità delle feste per vedere la famiglia e gli amici, intuivo che qualcosa stava cambiando. L’aria, o quella percentuale più o meno infima di aria che ci respiriamo qui, diluita in mezzo a una massa di Pm10 e altre porcherie, stava cambiando. Non ho mai dato troppa importanza a queste sensazioni. Dopo pochi giorni veniva il momento di salutare e ripartire; e così i pensieri scivolavano via nella quotidianità dell’emigrato lasciando Modena in una nebbia di ricordi. Durante questi brevi periodi avevo però una sensazione come di oppressione, più del solito, più di quando a Modena ci crescevo. Sentivo la mia città cambiare e quello che vedevo non mi piaceva. Ogni volta un pezzo di centro in più veniva conquistato da un qualche negozio chic, tendenzialmente di vestiti, che vende un maglione a prezzi che corrispondono a due mesi della mia borsa di studio. Ogni volta un nuovo angolo veniva strappato, grazie alle pulsioni securitarie bipartisan, alla pace dell’anonimato attraverso occhi elettronici di telecamere. Ogni volta un’altra piazza era occupata, è il caso di dirlo, manu militari da una qualche forza armata. Ogni volta gli sguardi delle persone erano avvelenati sempre di più dall’odio verso il debole, il diverso, il povero. Ogni volta si sentivano storie sempre più apocalittiche su delinquenti, ovviamente stranieri, meglio se subsahariani, che con la loro presenza per le strade e nei parchi minacciano le fondamenta della nostra civiltà. Tutte le volte che tornavo sentivo la solita storia: un amico è partito, un altro c’è rimasto in mezzo con la bamba (ma cosa vuoi che sia, tanto pippano tutti) e tutti si barcamenano fra lavori di merda, disoccupazione, frustrazione, precarietà e burnout cercando ossigeno. E così, storie di vite che muoiono lentamente, se ne sentono e se ne vedono ad nauseam.

L’ultimo ricordo significativo che ho di Modena, uno di quei ricordi che ti porti dentro e non lasci andare, è di una giornata di merda: l’11 maggio 2016. Una vita fa’ direte voi ed è quello che penso anch’io: una vita fa’. Quel giorno, è stato detto, Modena ha perso la dignità. È vero, ma non tutta Modena. Quel giorno ci furono gli sgomberi in contemporanea di due case occupate da famiglie in difficoltà, un laboratorio sociale e una palestra autogestita. Quel giorno furono sradicati dal centro tutti i posti che rappresentavano un modo solidale di vivere la vita, un modo comunitario di affrontare i problemi, un modo politico e sociale inclusivo di vedere il mondo. O almeno questo fu così per me. Quel giorno qualcuno si mise in mezzo, o almeno ci provò. Eravamo pochi, saremmo potuti essere stati chiamati happy few, nello spirito se non nel risultato. Gli sgomberi furono infatti completati, le famiglie lasciate in mezzo ad una strada, i locali chiusi e messi a disposizione della prossima speculazione immobiliare. Ma qualcuno ci fu che provò a fermare tutto questo e la dignità di queste persone, fra cui umilmente ho l’onore di annoverarmi, mi colpì. Avevamo gli occhi il desiderio di cambiare il mondo e di cambiare la nostra città. Anche questo, forse, era uno degli obiettivi da sradicare per chi, quel giorno, dall’altra parte della barricata e con quello che potrebbe essere definito un forte spirito di servizio (però nella sua accezione etimologica latina: tipico degli schiavi) finì di ammazzare il centro di Modena. Dopo poco me ne andai all’estero per studiare.

  1. Avanti veloce. Ieri l’altro, sto tornando da Roma dopo aver dato un esame nell’università dove sono iscritto. Sto aspettando in stazione che arrivi il mio treno mangiando un panino. Mi fermano dei poliziotti per chiedermi i documenti durante un controllo a tappeto in stazione, il telefono di questi dopo avervi inserito i miei dati dice loro qualcosa, brutto segno. Mi dicono di seguirli nel loro ufficio che hanno dei fogli da darmi da parte del Tribunale di Modena che, è risaputo, è foriere sempre di splendide notizie, pessimo segno. Penso a cosa possa essere, non mi viene in mente niente. Finché, sorpresa sorpresa, è la questura che mi affibbia un obbligo di firma per i fatti degli sgomberi del’11 maggio 2016. A più di quattro anni di distanza, con la scusa che “non riuscivamo a trovarti” mi danno una misura cautelare a processo già iniziato. Questo, al di la della possibile legittimità sul piano del diritto o della razionalità giudiziaria che comunque mi sembra folle, mi pare il lato formalista di quella logica che ha portato un esercito di poliziotti quel’11 maggio 2016 a sgomberare quelle case. Il problema, mi auguro, non sarà sul piano procedurale al livello del conseguimento della sospensione di questa misura folle. Il problema è che quelle stesse istituzioni che, nella nostra Emilia Rossa che ha fermato il fascismo della Lega e sono il fiore all’occhiello del servizio ai cittadini sono avvelenate da uno spirito vendicativo cieco se per caso non condividi quello spirito di servizio a cui si faceva riferimento prima. Sono l’espressione plastica di una struttura costruita non per perpetrare la vita e il benessere, ma per obbedire al capo, per cancellare la diversità, per sradicare ciò che non è, ai loro occhi, lindo, pulito, bianco e benestante. Sono l’espressione di gente a cui piace essere forte coi deboli e deboli coi forti. Sono il peggio che l’essere umano possa offrire in questi ridenti e soffocanti anni ’20.

6 Febbraio 2020

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