AlcarUno, “scoperta” maxievasione da 80 milioni. Nomi, cognomi e facce. E non ci stupiscono neanche un po’.
Voci dalla città

AlcarUno, “scoperta” maxievasione da 80 milioni. Nomi, cognomi e facce. E non ci stupiscono neanche un po’.

Giovedì 5 marzo un lancio d’agenzia annunciava la notizia del sequestro, da parte delle fiamme gialle, di beni per oltre 16 milioni di euro ad una nota società “di rilevanti dimensioni che opera a livello nazionale” attiva nel settore carni del distretto modenese.

Come consuetidine in questi casi, la stampa cittadina si guardava bene dal riportare sia il nome della società “di rilevanti dimensioni” sia quello del suo socio di maggioranza che, secondo la Guardia di finanza, avrebbe sottratto alla tassazione la “modica” cifra di quasi 80 milioni di euro più un’Iva evasa per altri 8 milioni. L’informazione cittadina, sempre molto ligia e puntuale nel fornire ogni dettaglio circa le operazioni di “decoro urbano ”, di guerra alla microcriminalità o al ragazzino con 3 grammi di fumo in tasca, in pratica ometteva di far conoscere alla cittadinanza chi, nel modenese, aveva sottratto ben più di 80 milioni di euro alla collettività. Dettagli.

Peccato che questa volta, a quanto pare, l’operazione della Guardia di finanza nonché l’identità della società “di rilevanti dimensioni che opera a livello nazionale” non fossero così facilmente occultabili come da prassi. Così il giorno seguente (oggi) sulla Gazzetta di Modena si potevano leggere finalmente e a chiare lettere i nomi dei responsabili di questa maxievasione.

Nel pezzo, firmato Stefano Totaro, si parla di un’indagine a due filoni: uno riconducibile al prodotto finito ceduto “in nero” «cento prosciutti poi invece nel magazzino ufficiale ne conteggiava quaranta», e un altro scaturito da una segnalazione della Direzione territoriale del lavoro di Modena, tra il 2012 e il 2016, che denunciava come «AlcarUno avrebbe indebitamente erogato, nei confronti di alcuni dipendenti assunti come autisti, somme relative a indennità di “trasferte Italia” per un importo di poco superiore ai 184mila euro», non assoggettandole alle ritenute previdenziali e assistenziali previste dalla legge: le attività svolte, in realtà, erano riconducibili a ordinarie prestazioni lavorative, da assoggettare dunque a queste ritenute per un importo pari a 67mila euro.

Peccato che nell’articolo della Gazzetta siano molto più eloquenti i non detti rispetto a quanto effettivamente riportato.

Viene completamente nascosto il fatto che AlcarUno, ad esempio, fosse la stessa azienda per la quale veniva arrestato Aldo Milani, segretario del sindacato intercategoriale Sicobas, nel gennaio del 2017, o che Sante Levoni fosse il padre di quel Lorenzo Levoni intercettato al telefono con un dirigente della Digos di Modena che affermava: «Ma che scheggia impazzita. Abbiamo devastato i Cobas a livello nazionale, Lorenzo. Abbiamo fatto una cosa pazzesca.» «Abbiamo fatto un bingo che non ne hai idea. Per noi è una cosa pazzesca, Lorenzo. Perché adesso i Cobas… Come arrestare Luciano Lama ai tempi della Cgil d’oro.» come riportato in un articolo della Gazzetta di Modena del novembre 2018, e firmato Carlo Gregori.

A far collegare “giornalisticamente” l’operazione della Guardia di finanza di ieri agli scioperi che avevano interessato il distretto carni modenese e l’attacco padronal/poliziesco al sindacato che li aveva organizzati dovrà pensarci Marco Bottura della Cgil, il quale, sempre sulla Gazzetta di oggi, dichiarerà, assumendosene il merito: «Abbiamo fatto delle battaglie specifiche, [articoli su AlcarUno], in cui contestavamo, ad esempio, l’operazione dell’azienda di richiedere dei finanziamenti pubblici alla Regione, pur con questo sistema di appalti».

Peccato che quelle stesse denunce, riportate dal sindacalista della Cgil, le avesse fatte proprio il SiCobas durante due anni di scioperi e picchetti e che per quelle vicende, al tribunale di Modena si stesse svolgendo un maxi-processo che vede imputate 86 persone tra lavoratori e solidali, in pratica proprio coloro che tutte queste irregolarità le avevano sempre denunciate fin dal primo momento. E risulterà esercizio molto difficile trovare traccia di loro sulla ligia e “attenta” informazione cittadina. 

Un vero peccato, perché se oggi oltre 16 milioni di euro sono tornati nelle casse dello Stato grazie all’operazione condotta dalle fiamme gialle, un po’ di merito andrebbe attribuito anche a quegli “schiavi riottosi” che per primi avevano fatto saltare la coltre di nebbia e di omertà che da tanto, troppo tempo, aleggiava su un distretto che da solo vale dai 200 ai 500 milioni di euro di fatturato annui.

Perché oggi come ieri sono loro (quei lavoratori) ad essere l’unica vera eccellenza che esprime questo territorio.

 

 

6 Marzo 2020

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