Modena, il virus ha messo a nudo la condizione carceraria. In intervista a un volontario del gruppo Carcere-Città.
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Modena, il virus ha messo a nudo la condizione carceraria. In intervista a un volontario del gruppo Carcere-Città.

Sono ormai passati sei giorni dalla rivolta all’interno del carcere di Sant’Anna di Modena. Pesantissimo il bilancio finale: nove detenuti morti e altri cinqu in terapia intensiva.

All’origine della sommossa, l’emergenza sanitaria in corso che ha portato con sé tante conseguenze all’interno della vita carceraria del Sant’Anna: eliminati i colloqui con le famiglie, sospesi i permessi premio e il lavoro all’esterno della struttura, interrotti gli incontri con gli educatori e i volontari. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, infine, pare essere stata la presenza ormai acclarata di un caso di contagio da Covid-19 tra i detenuti i quali, inoltre, avevano già avuto modo nei giorni precedenti di vedere come non fossero state applicate le misure di prevenzione del contagio per tutti i soggetti esterni che entravano all’interno del carcere. L’isolamento, il distacco improvviso e violento con il mondo esterno, nessun provvedimento alternativo per mantenere i contatti con i propri familiari, l’ormai noto sovraffollamento e la paura sempre più concreta di un rapido contagio ha portato alla rivolta di domenica.

A raccontare il clima che si respirava all’interno del carcere Sant’Anna già dai primi giorni dell’emergenza sanitaria, un volontario di Carcere-Città, associazione presente all’interno della casa circondariale da anni e attiva in progetti e attività con i detenuti che ha espresso il proprio parere sulla rivolta anche attraverso un comunicato stampa.

“Già da alcune settimane l’emergenza sanitaria e le conseguenti restrizioni in merito al suo contenimento ci avevano fatto sparire dalla vita del carcere e dei detenuti e poi via via sono stati rallentati i rapporti con i familiari, sono stati sospesi i permessi, il lavoro esterno e, in definitiva, ogni genere di rapporto con il mondo” si legge all’interno del comunicato. Tutto questo, come detto, ha generato un clima sempre più teso, così come confermato da un volontario di Carcere-Città: “In seguito ai numerosi decreti scaturiti dall’emergenza sanitaria in corso non siamo più potuti entrare all’interno del carcere e i nostri contatti con i detenuti si sono del tutto annullati da ormai venti giorni. Sicuramente questo strappo con l’esterno non è stato positivo per la popolazione carceraria. Le tensioni, in realtà, si avvertivano da tempo”.

Come raccontato all’interno del comunicato, infatti, “in questo contesto il coranavirus ha messo a nudo la condizione carceraria, l’ha riportata indietro a prima della legge Gozzini. I fragili vivono in ogni contesto, ma in carcere più che altrove. Lì si assommano povertà, condizioni di solitudine totale, tossicodipendenza, anzianità, malattia mentale e, senza distinzione, un vincolo di totale dipendenza che impedisce l’assunzione di responsabilità. E così, in una domenica pomeriggio ancora più vuota degli altri giorni è arrivata la rottura, l’andare incontro alla morte non per la libertà, ma per il solo rifiuto di questo vuoto e dell’angoscia che ne deriva. Con tanto dolore dentro non possiamo però tacere le responsabilità di chi consente che le carceri siano sovraffollate o di chi continua a non collocare negli istituti personale dell’area educativa, tra psicologi, criminologi, educatori e operatori della sanità. A questo si sommano le responsabilità di chi crede poco nelle misure alternative al carcere per le persone che hanno i requisiti per accedervi e non ne facilita la fruizione. Ci sembra inoltre che il Ministro della Giustizia, impegnato a riaffermare astratti principi di legalità, come del resto facciamo noi tutti, non metta in campo le risorse necessarie per favorire quelle azioni rieducative che la nostra Costituzione esige e che renderebbero la vita detentiva più dignitosa. Purtroppo, una società forte di pregiudizi e condizionamenti, difficilmente si sforza di riflettere sul ruolo della pena ma preferisce istintivamente carceri lontane e chiuse; lo chiede una parte abbondante della popolazione come del resto anche alcuni sindacati di polizia”.

A condividere questa tesi anche un volontario dell’associazione Carcere-Città: “Non condivido per nulla la linea dura della punizione. Non serve a niente in quanto danneggia la popolazione carceraria anzichè aiutarla. I detenuti hanno bisogno di essere messi nella condizione di comprendere ciò che hanno fatto e perché. E’ una strada lunga, certo, quella della rieducazione del condannato. Ma è l’unica via percorribile, se si vuole aiutare un detenuto e se si vuole risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri che altro non fa che isolare sempre più la popolazione carceraria dal mondo esterno, è quella di applicare le misure alternative al carcere”.

 

Immagine in copertina: “Menefrego delle carceri” – Colletivo FX, 2020

14 Marzo 2020

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