Il Tribunale di Torino conferma la sorveglianza speciale a chi ha combattuto l’ISIS
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Il Tribunale di Torino conferma la sorveglianza speciale a chi ha combattuto l’ISIS

Nonostante lo stato di grave emergenza di portata globale, nella giornata di ieri, il Tribunale di Torino ha comunque confermato le misure restrittive di sorveglianza speciale contro una dei tre imputati che sono rimasti in attesa di giudizio.

Di seguito condividiamo il comunicato di NonUnaDiMeno Modena e l’esaustiva video-testimonianza di Maria Edgarda (Eddi) sulla situazione attuale che ha colpito la sua persona.

Mentre il mondo si ferma per il coronavirus, il tribunale di Torino in barba alla sospensione delle attività giudiziarie condanna Eddi (Maria Edgarda Marcucci) a due anni di sorveglianza speciale motivando questa misura poiché la ritiene “un soggetto socialmente pericoloso”.
Socialmente pericoloso è il sistema per cui se osi trasformare le belle parole di solidarietà internazionale in azioni reali ti ritrovi in un’aula di tribunale sotto processo.
Eddi, compagna da anni attiva nella città di Torino tra i movimenti per il diritto all’abitare, quelli universitari, il NoTav e Non Una di Meno, nel 2018 ha fatto una scelta ben precisa e coerente con quello che ha sempre fatto in Italia: trasformare le parole di solidarietà in fatti concreti.
Quando il 20 gennaio del 2018 Erdogan ha invaso il territorio di Afrin, cantone del Rojava (Siria del Nord), mettendo in atto un lungo assedio e compiendo ogni sorta di oscenità nei confronti della popolazione civile, lei era là tra le fila delle YPJ (unità di protezione delle donne) che assieme alle YPG difendevano la città ed i civili dal fuoco turco.
E ricordiamo il processo in tribunale, lungo mesi, che vedeva 5 imputati: Jack, Paolo, Davide ed Eddi che avevano (in tempi differenti) combattuto contro gli jhiadisti di ISIS o l’esercito di Erdogan, e Jacopo che invece aveva trascorso il suo tempo in Rojava tra reportage giornalistici e attivismo all’interno del Tev Dem (movimento della società democratica), anche lui durante il periodo dell’invasione di Afrin. Un ennesimo attacco politico dunque, che ha sfruttato come casus belli proprio la partecipazione al conflitto contro il califfato, ma che nella pratica delle arringhe dell’accusa ha annoverato solo fatti successi in Italia.
Oggi il mondo ha come priorità il superamento della crisi sanitaria legata al Covid19, ma fino all’anno scorso e nei lunghi anni precedenti, ciò che in noi scatenava il terrore non era certo uno starnuto o una stretta di mano. Era piuttosto un rumore improvviso, come quello degli pneumatici sull’asfalto delle strade dei mercatini di natale, o il fragore dei colpi di un’arma da fuoco magari esplosi durante un concerto o lungo le vie di una grande capitale europea.
L’ISIS era il nemico, era la minaccia che da lontano era arrivata in casa nostra sotto forma di terrorismo.
Quel posto lontano era la Siria, un luogo dove ad affrontare in prima linea il califfato vi erano le milizie popolari del Rojava: le YPG (unità di protezione del popolo) e le YPJ (unità di protezione delle donne).
A mettere a rischio la propria vita, così che quelle di migliaia di altre potessero continuare, erano siriani, yazidi, arabi, turcomanni, assiri, e internazionali (ovvero persone che venivano dai più svariati paesi dell’occidente). Diversi i nomi di italiani ed italiane che si sono uniti alla guerra di liberazione dalla nera bandiera dell’ISIS.
Come Lorenzo Orsetti, şehid Tekoşer Piling, rimasto ucciso dai colpi del nemico nei pressi di Al-Baghuz Fawqani esattamente un anno fa, 18 marzo 2019. Il giovane, di origini fiorentine, ha lasciato a tutt* noi un messaggio che ci esorta al non lasciare che le ingiustizie ci accadano sotto gli occhi, che per quanto poco possiamo fare, azione dopo azione, briciola dopo briciola, goccia dopo goccia, arriva la tempesta.

Riteniamo che processare, e condannare, sulla base di una misura che porta con sè ancora il tanfo delle leggi fasciste di repressione del dissenso sia inaccettabile.
Hanno condannato una compagna mentre siamo tutt* chiusi nelle nostre case nell’impossibilità di trovarsi ed organizzarsi per manifestare il nostro totale sdegno e rifiuto per questa sentenza.
A Eddi mandiamo un saluto caldo e favoloso, rigorosamente a pugno chiuso ma con le fiamme attorno.
La forza delle tempeste sta nella loro irruenza e nella loro capacità di sfuggire ad ogni controllo umano.
Da Marea a Rivolta ora diventiamo Tempesta

L’intervento inizia al minuto 2:20

SULLA SENTENZA DI PERICOLOSITA' SOCIALE NEI MIEI CONFRONTI#orso18m #bijikurdistan #jinjiyanazadi #iosotconchicombattelisis

Pubblicato da Maria Edgarda Marcucci su Mercoledì 18 marzo 2020

18 Marzo 2020

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