“E chi a lavorare ci deve per forza andare, in che condizioni lo fa?”
Cronache virali, Inchieste

“E chi a lavorare ci deve per forza andare, in che condizioni lo fa?”

In queste settimane di aziende chiuse, di vita sociale azzerata, di posti di lavoro in equilibrio precario, di code al supermercato e di individualismo, potersi fermare a scambiarsi le esperienze che quotidianamente si fanno sembra un miraggio.

Senza Quartiere vuole rompere questo silenzio, vuole creare rete dove ora vi sono singoli nodi. Grazie agli strumenti digitali abbiamo raccolto i racconti di Mattia che lavora nel settore della lavorazione carni e Chiara che invece lavora in un supermercato, ovvero l’odierno far west ogni volta che Conte parla alla nazione. Due realtà diverse ma che similmente non vedono chiusura o diminuzione della mole di lavoro.

Mattia  ci racconta di come gli escamotage per mandare avanti la produzione siano un raccapezzarsi della direzione che scagliona i turni dei dipendenti, diminuendo dunque le persone presenti nella catena di lavorazione, ma ignorando volutamente quello che succede negli spogliatoi, affidando al singolo la responsabilità di tenere la distanza di sicurezza e tutti gli accorgimenti necessari. I dispositivi quali mascherine e guanti, già previste ed in uso prima del Covid-19, ci sono e vengono forniti dal responsabile all’inizio di ogni turno.  Mattia, però,  ci riporta anche la sua preoccupazione perché non sembra esserci da nessuna parte la volontà di eseguire visite mediche a chi lavora nello stabilimento e dunque ci si affida alla speranza che non vi siano casi tra i/le colleghi/e.

Una preoccupazione comune tra chi ancora ogni giorno si reca sul posto di lavoro, perché il Covid-19 è infido, non solo per la sua pericolosità una volta contratto, o per la facilità di contagio ma proprio per via dei sintomi che presenta (e a volte non presenta nemmeno quelli).  Quanti/e, prima che arrivasse pure in Italia il coronavirus, si sono recati/e sul posto di lavoro con un fastidioso raffreddore, una leggera tosse o addirittura qualche linea di febbre? E quante persone lo possono aver fatto anche in queste settimane, non per incoscienza ma per necessità?

Chiara invece ci racconta del supermercato in cui lavora, dove la dirigenza ha cambiato i dispositivi mano a mano che l’epidemia si faceva largo nella nostra città. Nelle prime settimane la mascherina era sconsigliata al personale perchè poteva creare allarmismo nella clientela, idem per i guanti. Queste disposizioni infatti, ad inizio epidemia, erano a discrezione del negozio stesso. Oltre ad aver assunto due guardie che fanno entrare poche persone per volta, finalmente la direzione ha dato il via libera all’uso dei DPA (mascherine, guanti….) e, con la presenza della sicurezza si fa rispettare (più o meno) la distanza “di sicurezza”. Chiara ci racconta, inoltre, come i clienti non abbiano grosso riguardo dei lavoratori e delle lavoratrici della grande distribuzione e di come sia stato istituito un premio di “continuità” (soldi e buono spesa nel negozio) per chiunque lavorerà senza prendersi ferie durante questo periodo di emergenza, a prescindere dalla sua ipotetica durata. Non certo la trovata più recente ma anzi una pratica ben collaudata nel tempo nei settori della produzione, basti vedere quali siano le graduatorie di accesso al premio aziendale in casa Ferrari.

Eppure applicata ora in momento in cui le sensibilità sono diverse, in cui tornare a casa non significa solo staccare dal lavoro ma anche, e soprattutto, stare nel luogo reputato sicuro per eccellenza, suona un po’ come una presa in giro.

I nomi degli intervistati sono di fantasia per tutelare la privacy di quest’ultimi.

24 Marzo 2020

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