“Lavorare nella sanità ai tempi del Covid-19”
Cronache virali, Inchieste

“Lavorare nella sanità ai tempi del Covid-19”

 

In questi giorni pesanti, la prima cosa alla quale riesco a pensare è di essere un privilegiato: ho una casa, una famiglia con 2 bambini abbastanza piccoli da rendere la situazione più leggera e spensierata, un terrazzo, internet 24h, un contratto a tempo indeterminato ed una compagna in smart working.
Il pensiero successivo è che per fortuna, per ora, non siamo in guerra: non ci sono rovine fuori dalla finestra, le utenze funzionano, moltissimi servizi anche. Non siamo insomma in quella situazione davvero terribile che molti dei nostri nonni hanno dovuto affrontare per anni, non siamo in quella situazione che la retorica tanto cara alle istituzioni e ai frequentatori di bacheche e aperitivi amano richiamare quando si appellano al nostro passato partigiano.
Nonostante questo, la situazione, per chi è abituato ad avere tutto e subito dalla nascita (causa principale della situazione di degrado sociale, ambientale ed economico che stiamo affrontando), è dura e ha fatto emergere in modo violento tante problematiche arcinote anche in ambito lavorativo.

Emerge infatti ad esempio come le consegne a domicilio siano un servizio prezioso, che permette alle categorie più fragili di non uscire e a tutti di avere meno auto per le strade, e che come tale andrebbe tutelato e retribuito in modo adeguato. E nello stesso modo emerge, sembra di stare in fight club, come siano i livelli che la società ci ha abituato ad identificare come i più bassi della piramide – facilmente sostituibili, mal retribuiti, sfruttati etc – tra i più importati, nevralgici e reattivi. Senza stare ad addentrarmi ulteriormente, provo a parlare di cose che conosco per esperienza diretta.

Lavoro in ambito ospedaliero da più di 10 anni; non sono uno di quelli che oggi tanto per sviare l’attenzione dalle problematiche vere, vengon definiti “eroi”, sto nelle retrovie di un ospedale; ho pochissimi contatti col pubblico ma ne ho parecchi con il personale ospedaliero e con i campioni biologici, di tutti i tipi.
La mia categoria è molto ben rappresentata, siamo quelli ai quali vengono subappaltati i servizi: centri prelievi, pezzi di laboratorio analisi, pezzi di segreteria, servizi di pulizie. E le problematiche emerse in questi 10 anni sono state tante, ma non c’è mai stata come oggi, per colpa di questa spaventosa epidemia che pretende risposte certe e velocissime perché si limitino i danni alla
popolazione ed alla economia, l’urgenza di risolverli. Non parliamo della volontà.

La mia impressione personale? è che come in tutti gli ambiti, lo stuolo più o meno ampio di figure con potere decisionale in ambito sanitario, siano da anni impegnate a fare i commercialisti, i politicanti ed i burocrati: tutte le decisioni sono subordinate a questo modo di gestire i servizi e finiscono per essere prese senza avere idea delle ripercussioni che avranno su chi poi, fisicamente, dovrà subirne le conseguenze. La filiera poi, rende particolarmente complesso comunicare a ritroso eventuali problemi. La mia esperienza è anche che la rappresentanza
sindacale è scarsa, nonostante le tante problematiche, forse per la frammentazione tra dipendenti: chi fa capo all’usl, chi a cooperative assortite, chi a “privati” di altra natura.

Non sembra ad esempio, che i responsabili delle cooperative abbiano il minimo potere, o voglia, di discutere condizioni di lavoro con chi appalta, nonostante spesso cambino in corsa le mansioni da fare o le condizioni.
Insomma, nella routine, ci sono una serie di piccole, nel mio caso, situazioni, che non vengono risolte e che, fino ad oggi, non hanno provocato particolari problematiche se non una certa sfiducia nella possibilità di migliorare le condizioni di lavoro.

Arrivando al 21 febbraio ed al periodo che stiamo vivendo oggi, ad un mese di distanza, durante il quale ogni giorno la situazione si è fatta più drammatica, tutte le piccole cose si sono estremizzate in un clima di ansia generalizzata provocata in gran parte, dalla mancanza di direttive. Certo, sono arrivate le mail di ringraziamento per il lavoro svolto, ma sarebbero state molto più apprezzate delle disposizioni chiare, la dotazione di presidi idonei, la repentina soluzione di problematiche vecchie come il mondo.

Un esempio su tutti: da ormai diverso tempo, si stanno fornendo servizi di libero accesso, che fanno si che si accalchino grandi quantità di persone in attesa del loro turno. Dove si accalcano e per quanto tempo? di solito, in stanzoni male areati e per 30-50 minuti circa. Siamo in ospedale, quindi le categorie sono presumibilmente le più delicate: malati, immuno-depressi, malati cronici, bimbi piccoli, donne gravide e anziani. Ecco, penso che situazioni come queste, nei centri prelievi come negli ambulatori per le visite specialistiche o i pre-operatori, siano deleterie in ogni stagione, a maggior ragione in concomitanza con una drammatica epidemia. E a queste problematiche mi pare si sia risposto in modo assai tardivo, contingentando gli accessi e bloccando i servizi non indispensabili solo dopo l’8 marzo, quando era dal giorno della chiusura delle scuole che doveva essere evidente che le categorie più a rischio andavano tutelate in modo assoluto.

Per concludere: a parte una prima fase dell’emergenza nella quale, oltre a non essere bloccati i servizi non essenziali, non sono state date indicazioni sull’uso di mascherine quando non è stata addirittura vietata per non allarmare il pubblico, successivamente le cose sono cambiate, ma solo dopo.

E in una situazione di oggettivo rischio, i tamponi vengono effettuati non si capisce con quale criterio, tanto che, e parlo per esperienza diretta, a noi dipendenti entrati in contatto con un collega con un parente molto vicino ricoverato e positivo, non abbiamo ricevuto alcuna indicazione; informandoci autonomamente abbiamo saputo che non saremmo stati testati. Ad oggi, neanche al collega è stato fatto il tampone, è stata soltanto messo in quarantena, con la famiglia, senza cercare di capire se sia positivo o meno. A tutti i colleghi entrati in contatto, non è stata data nessuna indicazione “dall’alto”; personalmente ho contattato i miei responsabili ed il mio medico curante che mi ha consigliato di isolarmi, per quanto possibile, dalla famiglia e mi ha confermato che non c’era modo di effettuare il tampone. Potevo dunque continuare ad andare al lavoro, con le precauzioni solite.

Dulcis in fundo? Mi sono informato per usufruire del congedo parentale straordinario covid-19 (paga al 50% per 15gg a chi ha figli minori di 12 anni), ma non può essere erogato a chi lavora nei servizi essenziali, mi è stato comunicato dall’ufficio paghe.
Non si garantisce dunque ai lavoratori ed alle loro famiglie neppure la percezione della tutela con screening per la positività, abbandonandoli all’autogestione anche se entrati in contatto con potenziali infetti; non gli si offrono strutture dove stare, nel dubbio di poter essere contagiati, per tutelare le famiglie; infine neanche gli si concedono gli strumenti pensati specificamente per sostenere questa situazione nella quale i bambini/ragazzi non stanno andando a scuola.

Io non so se questo sia giustificato da scarsità di mezzi, personale, reagenti, laboratori, dall’inaffidabilità dei test o da altre motivazioni plausibili. Quello che è certo è che la gestione dell’emergenza è, ma sopratutto è stata, caotica e poco trasparente rendendo tutto ancora più
stressante. Trovo anche che ci sia stata una sottovalutazione colpevole, sopratutto da parte degli ambienti che anche nella quotidianità “normale” dovrebbero arginare il diffondersi di qualsiasi malattia, più o meno pericolosa di questa.

Un ultimo pensiero di speranza: che il mondo dei cosiddetti “eroi”, finita l’emergenza, prenda in mano il suo destino e pretenda quello che è giusto, in modo che non ci sia più bisogno di martiri di un sistema mal gestito, per salvare delle esistenze.

27 Marzo 2020

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