“E se non si può lavorare a distanza?”
Cronache virali, Inchieste

“E se non si può lavorare a distanza?”

 

“Sono un restauratore. Lavoro per una ditta di restauro, della quale sono dipendente. Nel mio lavoro si cambia spesso cantiere a causa dei tempi delle lavorazioni o per le competenze necessarie per risolvere determinati casi.
Lunedì scorso ho cambiato luogo di lavoro e colleghi, di conseguenza ho lasciato i colleghi con cui ho lavorato fino a quel momento, spaventati dal diffondersi del virus e attenti per quanto possibile a stare vicini il minimo indispensabile. Ci hanno dato il furgone della ditta, come di consueto, in 4 su un furgone da 5. Eravamo in 8 in quel cantiere, gli altri sono andati con un altro furgone. Ci hanno dato delle mascherine ridicole, più simili a un fazzoletto, da incastrare dietro le orecchie, che sapevano più che altro di presa in giro. Ci siamo cambiati a turno nello stesso prefabbricato, di 2 metri per 4, lo stesso in cui avremmo dovuto mangiare. Il caso ha voluto che fosse una bella giornata, quindi ho pranzato all’aria aperta, ma i miei colleghi hanno mangiato nel prefabbricato.
Da martedì mi sono messo in ferie: vivo con i miei genitori, non posso pensare di esporli a un rischio cosi alto.
I miei colleghi hanno continuato a lavorare in quel cantiere fino alla fine della settimana.

L’edilizia è un settore, come tanti altri, che richiede delle lavorazioni da fare per forza a stretto contatto con i colleghi.
I muratori sono abituati a lavorare con tempi strettissimi, che non permettono di seguire alla lettera nemmeno le norme di sicurezza standard, figuriamoci le nuove norme igieniche.
I cantieri avrebbero dovuto chiudere settimane fa.
La scusa che le mascherine non si trovano più non sta in piedi: gli spazi in cui mangiamo, in cui ci cambiamo non ci avrebbero comunque permesso di lavorare in sicurezza.
Ma il problema sono i furbi che vanno a fare la spesa due volte a settimana”

28 Marzo 2020

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