Lavorare a contatto con il pubblico ai tempi del Covid-19
Cronache virali, Inchieste

Lavorare a contatto con il pubblico ai tempi del Covid-19

 

Lavoro con contratto a tempo indeterminato come commesso in un piccolo esercizio di vendita al dettaglio. L’esercizio non ha mai sospeso l’attività, dopo qualche iniziale tentennamento, con l’utilizzo del codice Ateco si è fugato ogni dubbio e il negozio è rimasto in funzione. La reperibilità della merce si è rimasta pressoché invariata.
Da subito noi dipendenti siamo stati messi al lavoro ad orario ridotto in parte perché vista la situazione è impossibile continuare a stare in 5 persone dietro il bancone del negozio ma sicuramente il calo delle vendite (seppur moderato) ha avuto un peso importante nella scelta. Per quanto riguarda clientela e vendite infatti non si nota un particolare calo di afflusso rispetto al pre emergenza. C’è sicuramente una sottovalutazione generale del fenomeno che stiamo attraversando, della sua gravità.
Mi pare curioso come dai discorsi con la clientela e il pubblico, pare che le responsabilità siano sempre da cercare in soggetti lontani da noi: “la cina”, “oscuri complotti”, qualche giorno fa uno entrando nel negozio ha parlato di “rabbini”. Come se le scelte politiche sui nostri territori, sul nostro sistema sanitario non fossero argomento concreto o argomento di discussione.
La clientela e quella di sempre, se si esclude qualche artigiano che passa per rifornirsi, persone che vengono a fare acquisti per utilizzare il tempo libero della quarantena per lavoretti in casa e in giardino quindi anche qui si potrebbe discutere e chiedersi cosa sia di prima necessità e cosa no. La situazione cambia quando si riceve la fornitura di mascherine e la clientela aumenta drasticamente fino all’esaurimento. Per quanto riguarda la tutela ovviamente generalmente c’è penuria di dispositivi e mascherine, ma in tal caso, se si vuole dare priorità alla salute dei lavoratori si dovrebbe chiudere, se invece l’interesse principale è un’altro allora si può tenere una sola mascherina a persona e la si lava e riutilizza per settimane come capitato più volte nel nostro caso.
La questione che però mi pare più importante riguarda i nostri stipendi:
C’è una cassa integrazione ventilata di cui anche i Datori di lavoro non hanno certezza di quando potrà essere versata e che percentuale di stipendio coprirà, l’elemento un po’ più disturbante è il non sapere come si evolverà la situazione nei prossimi mesi e lasciare tutto in mano a variabili che sono poco controllabili da te. In questa situazione ci si trova costretti a vivere alla giornata nell’impossibilità di progettare e immaginare anche solo le prossime settimane.
Mi pare importante aggiungere che la cassa integrazione in questione non serve a garantirci uno stipendio mentre l’attività chiude, quindi salvaguardando la nostra incolumità ma serve solo a garantire una parte del nostro stipendio che altrimenti, grazie al lieve calo di vendite, non potrebbe essere coperto dall’azienda. In questo modo Più che uno strumento di tutela e garanzia diventa uno strumento per il datore per avere meno uscite e quindi mantenere un margine di guadagno. Nell’attesa del versamento della C. I. abbiamo la possibilità di attingere dal nostro tfr per ricevere comunque salario pieno, in pratica o ci paghiamo da soli o riceviamo uno stipendio ridotto.
Essendo assunto a tempo indeterminato avrei avuto la possibilità di segnarmi assente e restare a casa senza uneccessiva paura di perdere poi il posto di lavoro ma in tal caso non avrei avuto la possibilità di sostenere le spese minime per vitto e alloggio. Mancano le garanzie reali, anche la cassa integrazione serve a mantenere un margine di profitto e non funziona come ammortizzatore sociale.
In pratica questo mese sto affrontando le spese di affitto e bollette attingendo dal mio stesso tfr mentre la spesa riesco ad affrontarla con l’aiuto della mia compagna. Nel progredire della situazione credo poi saremo costretti a scegliere cosa pagare e cosa no.

4 Aprile 2020

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