Scuole: prende parola il consiglio popolare
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Scuole: prende parola il consiglio popolare

Dopo l’assemblea in piazza grande dello scorso 16 luglio il consiglio popolare modenese prende parola su alcuni aspetti della situazione scolastica nella città di Modena. Di seguito il comunicato:

Scuola

 La pianura padana, terra di contadini, di gente abituata ai sacrifici, ha dato i natali a Mario Lodi, maestro, educatore, pedagogista e scrittore, che si è battuto per cambiare la scuola, apportandovi nuove esperienze. Lodi fece parte del Movimento di Cooperazione educativa (MCE), formato da maestri di sinistra che mal sopportavano i metodi tradizionali di una scuola più adatta ai figli della borghesia che ai figli degli operai e dei contadini. Mario Lodi aveva come decalogo la Costituzione che lo ispirò per il rinnovamento di una scuola che doveva formare cittadini responsabili. Un metodo di cooperazione all’interno della classe, di crescita comune, di scuola a Tempo Pieno, nel vero senso della parola. Oggi parliamo di Tempo Scuola, ma è un’altra cosa.

A Lodi s’ispirò anche uno dei più grandi pedagogisti modenesi dei nostri tempi, Sergio Neri. Egli diede un impulso diverso, innovando le cosiddette Scuole Materne, che cambiarono il nome in Scuole dell’Infanzia, dove il bambino diventò il centro di un discorso educativo e di sperimentazione. Si partì coinvolgendo i Comitati di Quartiere e si formarono i Consigli scuola-città. “La scuola, quindi, non più separata dal contesto sociale, ma inserita nella partecipazione democratica per creare una scuola per tutti a partire dai 3 anni”(L. Famigli) E’ nella scuola di base che si creano le prime diseguaglianze, e oggi, più che mai, occorre garantire una scuola che permetta a tutti di accedervi, dando pari opportunità, ciò non vuol dire dequalificarla, ma mettere a disposizione dei meno fortunati, strumenti e metodi di lavoro che li possano far progredire nel cammino verso il raggiungimento dell’obiettivo, senza negare ai più fortunati la possibilità di vivere una scuola stimolante: una scuola che non faccia fuggire chi se lo può permettere verso scuole parificate o private. Solo così potremo salvare la scuola per tutti. Reggio Emilia e Modena, con Loris Malaguzzi e Sergio Neri, sono state pioniere nel settore della Scuola dell’Infanzia, non solo a livello nazionale, ma internazionale esportando il modello anche in USA e altri Paesi. Erano tempi in cui la politica metteva al centro del dibattito la scuola come istituzione educativa, dove i genitori e la società civile erano proiettati a realizzare una scuola per tutti, primo punto di partenza per il superamento delle diseguaglianze.

Da queste esperienze nacquero, negli anni 1973/74, i Decreti delegati, che videro riconosciuti momenti di partecipazione diretta con i Consigli di classe; d’istituto; Consigli scolastici Provinciali e Distrettuali, con la presenza di studenti e genitori che si erano conquistati la partecipazione con le lotte e gli scioperi. La Scuola dell’Infanzia, per prima, è chiamata a superare i dislivelli e a rendere più salda la società,creando cittadini consapevoli. Erano gli anni in cui sono state chiuse le scuole differenziali, gli istituti dove venivano emarginati bambini con difficoltà di apprendimento e sociali: sono state aperte le classi e all’interno di esse, sono stati inseriti proprio questi bambini più fragili; sono state aperte le case-famiglia; i centri diurni per disabili ed anziani, sono stati aperti più asili nido che passarono dalla gestione dell’Assessorato alla Sanità a quello dell’Istruzione, perché si capi’ che non doveva essere un servizio di baliatico, ma da qualificare con la sperimentazione e una pedagogia innovativa.

Oggi, purtroppo, di tutto questo non rimane che ‘polvere di stelle’. A Modena, con un atto di arroganza, la Giunta ha rinunciato a queste perle che erano un vanto per una città, dove i cittadini avevano occupato le terre per costruirvi le scuole. Immemori dei valori di una città che ha sempre lottato per i diritti civili, con una delibera per le scuole e una per i centri disabili, apportando la motivazione che il D.M. del 17marzo 2020, in materia di assunzioni da parte dei Comuni, permette solo l’assunzione di 8 operatori da distribuire nei vari servizi, ha preferito rinunciare a ciò che rende meno in termini di introiti: ai servizi verso i più fragili.

Il servizio nidi, in parte, già da alcuni anni è gestito dalla Fondazione @Cresciamo, creata nelle due precedenti consiliature; la stessa fa capo al Comune, ma nel suo Statuto lascia spazio all’ingresso del settore terziario: altri sono dati in gestione a 2 Cooperative, operanti in città anche nel settore disabili. Ora, sappiamo tutti che le Cooperative non fanno beneficenza e recuperano parte dei costi di gestione dai contratti del personale, così pure come avviene nei servizi di assistenza ad anziani e disabili.

Il Comune è consapevole di questo, dovrebbe anche esercitare un ruolo di controllo, ma questo pare non avvenga e fa sì che i servizi siano sempre meno qualificati a discapito degli utenti e delle famiglie che, comunque, pagano le rette. In merito alle rette, nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, sebbene suddivise per fasce di reddito, vi è da dire che comunque sono un ostacolo alla frequenza di tutti i bambini, proprio di coloro che hanno maggiore necessità di essere accolti in un contesto che ne rimuova le diseguaglianze, come previsto dall’art. 34 della Costituzione:

“La scuola è aperta a tutti…..e deve essere obbligatoria e gratuita (a questo proposito ci sono proposte di legge in Parlamento per l’estensione dell’obbligo scolastico fino ai 18 anni). Ecco, proprio partendo dall’art. 34, si può affermare che le esternalizzazioni dei servizi creano diseguaglianze in quanto, chi avrà più risorse economiche potrà scegliere i servizi migliori, mentre chi è meno abbiente sarà costretto ad usufruire di servizi meno qualificati perché in questi anni sono scarseggiati o sono stati fatti importanti tagli nel settore dell’istruzione. Dal momento che la società è cambiata, non è più la società contadina emiliana che negli anni ’60 aveva visto l’immigrazione interna, ma i confini si sono ampliati e hanno introdotto nuove culture; se si vuole veramente creare una società dove siano appianati i conflitti, è necessario e indispensabile che la scuola dell’infanzia, punto di partenza, a 3 anni preveda la partecipazione di tutti i bambini e bambine con l’obbligatorietà e la gratuità. Il modello di cui parla e dietro al quale si trincera il Sindaco (0/6), definendolo innovativo, è un contenitore vuoto.

Il sistema Modena, cosiddetto integrato, porta quindi a giustificare che si può fare scuola senza l’intervento pubblico, dello Stato e del Comune,appaltando ai privati o Cooperative ed elargendo bonus/vaucher: una vera elemosina anziché il riconoscimento di un diritto. Anche Bologna, dopo anni di esternalizzazione dei servizi, ha fatto un passo indietro con la ripresa della gestione diretta che, pare, sia anche più economica. E’ auspicabile che in un futuro, non troppo lontano, i nidi rientrino nella gestione diretta del Comune, così pure i centri diurni per anziani e disabili e il progetto educativo parta dai 3 anni (scuola statale) fino ai 16 per evitare l’abbandono scolastico aumentando l’età della frequenza.

Considerato che quello che è stato il progetto educativo di un’intera collettività, che ha partecipato attivamente, dai Decreti delegati in poi, nella speranza di essere attori di un cambiamento collettivo partecipato, aprendo quindi la strada, ai propri figli e alle nuove generazioni, di una società più equa e vivibile, dopo aver assistito al naufragio di tutto il lavoro svolto, l’unico interlocutore rimasto è lo Stato. Quello che noi oggi proponiamo è ciò che è sempre stato pensato e accantonato: Lo Stato.

Il Comune ha tradito e svenduto un progetto educativo costruito negli anni con le intelligenze di politici, pedagogisti, educatori, insegnanti e cittadinanza attiva, impoverendo così la costruzione di una società migliore ed inclusiva, tanto cara a parole al Sindaco.

20 Agosto 2020

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