Tutela Beni Culturali: Forse abbiamo un problema
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Tutela Beni Culturali: Forse abbiamo un problema

Riceviamo e condividiamo dall’autore la sua testimonianza che solleva alcune contraddizioni importanti riguardo alle forme di lavoro legate ai Beni Culturali e alla gestione della “Cultura” nel nostro territorio e non solo:

Onestamente, nell’assegnazione dei progetti di tutela dei beni culturali va tutto bene? E’ tutto della massima trasparenza o forse abbiamo un problema? In quanti che operano in questo campo, spulciando fra le offerte di lavoro, si sono fatti questa domanda. Vediamo alcuni esempi.

In fondo hai appena finito un percorso formativo che va da un minimo di 3 anni a un massimo di 15/20 senza contare master, scuole di specializzazione, corsi formativi, corsi di aggiornamento, esami, articoli redatti e studiati e la lista potrebbe essere assai più lunga. Quindi pare esattamente normale sperare di trovare qualcosa che gratifichi quel tuo impegno, quella tua voglia di metterti al servizio di un patrimonio vilipeso e deturpato, giorno dopo giorno, sempre in maniera più feroce. Hai studiato, hai lottato, hai sperato che tutto ciò portasse a dei risultati, perché in fondo tutti quanti, dai tuoi genitori, agli amici, conoscenti e professori ti hanno cresciuto con il dogma che l’impegno paga. Sempre. I meriti verranno riconosciuti, la professionalità giustamente retribuita e parlando senza ipocrisie, se hai una formazione decennale (o pluridecennale) il lavoro non solo dovrebbe essere garantito, ma anche ben remunerato. Ma purtroppo non è così.

Qui, non si vuole discutere di meritocrazia o di classificare i lavori di serie A o di serie B, ma sul “termine lavoro che, per le ormai non più giovani generazioni, troppo spesso sono una chimera. Un’illusione.

Vogliamo parlare di ipocrisia, perché quando cerchi lavoro, in realtà, sono quelle le offerte a cui puoi accedere. Contratti a chiamata, collaborazioni estemporanee che spesso si traducono in pagamenti che definire ridicoli è offendere il concetto di ridicolo: 150, 600, 2000 euro massimo “all’anno”! Nessuna stabilità, nessuna garanzia, nessuna progettualità, nessun investimento. Tutto nascosto dietro la magica parola “collaboratore”. Tu non lavori, tu “collabori” e ti pagano quando a chi ti da il lavoro, arrivano i finanziamenti o quando vengono approvati i progetti. Sempre sperando che una qualche ditta/associazione/cooperativa non li vinca prima, proponendo dei prezzi al ribasso.

E allora il datore arriva, ti chiama per parlarti e per comunicarti chiaramente che per portare avanti il progetto avrebbe bisogno di 6000 euro e che di quella cifra, solo 1000 gli è possibile destinare al tuo compenso. Ma dato che ne hanno rilasciati complessivamente solo 2000, lui allora fa appello alla tua responsabilità con una domanda che sembra un ricatto: preferisci che il progetto fallisca, che il bene non venga tutelato o ti riduci il tuo compenso annuo? Attenzione: se rispondi positivamente alla prima domanda passi in automatico per un venale, per uno che non ha a cuore la cultura e verrai probabilmente soppiantato da un volontario che lo fa gratuitamente. Così il budget messo a disposizione va sempre bene e il datore di lavoro esegue il progetto per lo più risparmiando.

Quindi, ritornando alla domanda iniziale: vogliamo considerare tutto ciò normale o abbiamo un problema?

Non metto in dubbio che vi sono persone che lavorano egregiamente nel mondo della cultura: professori, tecnici ed esperti. Troppo pochi in realtà. Né voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma porre attenzione alla domanda iniziale legata alla proposta di lavoro offerta, in un mondo dove sempre più spesso non vi sono colpevoli, ma solo vittime. Perchè i veri colpevoli sono quelli che definiscono i budget d’intervento tenendo conto solo degli equilibri di bilancio e non della necessità di dover veramente tutelare il patrimonio storico archeologico del nostro paese.

Le vittime, non sono solo i lavoratori, i laureati e i ricercatori, ma le stesse associazioni, cooperative ed aziende vittime di tagli sempre più profondi e di investimenti praticamente inesistenti. E dato che, il mio “je accuse” è rivolto all’ipocrisia istituzionale, vorrei sottolineare che le offerte sopracitate sono relative al territorio di Modena, anche se immagino e credo che la denuncia e il dubbio posto, possa essere usato anche per molti altri territori del nostro Bel (per ora) Paese.

Un concetto “istituzionale” della cultura basato sul mainstream, sulle famose “eccellenze” che promuovono soprattutto, come ad esempio Modena cucina, motori, Pavarotti etc., “l’immagine” della città e non la cultura che la città stessa potrebbe esprimere. Su questi progetti si vuole investire, aprire musei, mostre e approfondimenti. Il resto non merita investimenti, non merita progetti coordinati e reali.

Ma perché, questo lavoro non merita di essere considerato tale? Perchè questo settore così importante, non merita di essere considerato un “lavoro serio” pari alle altre professionalità? Ciò non è più accettabile.

E’ ora che a dirlo a gran voce siano in primis chi passa ogni giorno, sempre più avvolto in una spirale depressiva, a “scrollare” gli annunci di lavoro, sperando in qualcosa di meglio o accettando passivamente questa situazione.

Un urlo che non dovrebbe partire solo da loro, non solo dai lavoratori fantasma dei musei, cooperative e scavi archeologici ma da tutti. E’ un problema che deve coinvolgere tutta la nostra società e non solo del mondo del lavoro, dove i sindacati ancora oggi fanno fatica a trovare un pertugio dal quale operare. E’ un problema che dovrebbe coinvolgere tutte le università e del mondo della formazione e di tutti i cittadini che vivono in questo Paese che ha tutte le carte in regola per essere un faro mondiale per la cultura e che invece si accontenta di essere un lumino in balia di tempeste sempre più implacabili. Il dramma è che quel lumino si sta spegnendo e finirà per farlo, se non facciamo nulla per cambiare realmente questa situazione.

M.D. (lavoratore beni culturali)

25 Gennaio 2021

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