Te lo ricordi l’8 marzo al carcere di Modena? La strage del Sant’Anna un anno dopo
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Te lo ricordi l’8 marzo al carcere di Modena? La strage del Sant’Anna un anno dopo

A tutte le persone che avrebbero voluto essere davanti al carcere in questi giorni ma che non hanno potuto esserci.

Alla vigilia della strage del Sant’Anna, un anno dopo, si è giunti nel peggiore dei modi: con la città in zona rossa e una richiesta d’archiviazione tombale che la Procura di Modena sta calando sulle ricostruzioni di otto delle nove morti di quei giorni. Nonostante ciò, nell’arco di due giorni, sotto le mura di quell’istituto che l’anno scorso si trasformò in un luogo di morte, si sono tenute due manifestazioni.

La prima sabato 6 marzo, sulla base di quella che è ritenuta senza mezzi termini una strage di Stato, 13 detenuti morti le cui vite, in effetti, erano state affidate alle mani allo Stato, in strutture detentive dalle quali non usciranno vivi. “Ad un anno dalla strage commessa nelle carceri vogliamo portare tutta la nostra solidarietà a chi si è ribellato e a chi ha scelto di esporsi parlando pubblicamente di violenze, di torture e di spari. Lo Stato difende se stesso, le sue strutture, i suoi funzionari e burocrati. Li vorrebbe rendere impuniti e inattaccabili.” 

Oggi su quella stessa base di lettura in tanti manifesteranno sotto il Ministero di Giustizia a Roma mentre sabato a Modena, circa 150 persone si erano radunate di fronte al carcere su via la Marmora, in una zona completamente militarizzata per l’occasione. Testimonianze, alcune anche piuttosto crude come quella di una madre che lì, dentro quelle mura, aveva perso il proprio figlio, uno striscione per ricordare il detenuto politico greco Dimitris Koufontinas – in sciopero della fame da 55 giorni e della sete dal 22 febbraio, attualmente in terapia intensiva e a rischio della vita, cosa che se accadesse “lo renderebbe il primo detenuto a soccombere a uno sciopero della fame in Europa dal 1981, quando i prigionieri repubblicani irlandesi, tra cui Bobby Sands nel Regno Unito, morirono di fame” – poi ancora slogan contro il carcere  e la parola “libertà” scandita e ripetuta più e più volte.

Ieri invece è stato il turno del Comitato Verità e Giustizia per la strage di SantAnna che si è radunato nel piazzale del parcheggio di fronte all’ingresso del carcere. Un presidio fisso, dal carattere prettamente cittadino, organizzato da un comitato di scopo che chiede una cosa semplice per quanto apparentemente difficile da realizzare: che sia fatta piena luce su quanto accaduto nel carcere di Modena l’8 e il 9 marzo del 2020. La vigilia di quel primo triste anniversario cade esattamente a pochi giorni dalla pungente notizia della richiesta d’archiviazione da parte della Procura di Modena per il filone d’indagine sui decessi.

Le persone arrivano alla spicciolata in una mattinata fresca, soleggiata e dall’aria primaverile. Il carcere è completamente circondato da forze dell’ordine in assetto antisommossa. Camionette, guardia di finanza, polizia, carabinieri, jersey di cemento attorno ai campi limitrofi alla struttura, personale in alta uniforme e polizia penitenziaria attorno ai cancelli che sembra quasi più in funzione di parata che di effettiva necessità di ordine pubblico. Divise e scudi nuovi che paiono essere proprio quelli promessi a gennaio dal Ministro Bonafede in risposta all’interrogazione parlamentare della deputata dei 5 stelle Stefania Ascari.

Tempo di iniziare di posizionare gli striscioni, di accendere l’impianto di amplificazione e di concordare gli interventi che arriva anche il cuscino di fiori dedicato alle nove vittime del Sant’Anna – “Ai caduti della rivolta” – il quale verrà posizionato prima davanti alle guardie schierate e successivamente verrà deposto simbolicamente davanti al cippo dei morti dell’eccidio delle fonderie, alla Crocetta, per impedire che qualcuno lì davanti lo oltraggi terminata la manifestazione. Nei giorni precedenti, in quello nello stesso luogo, era stato esposto anche un altro striscione firmato dal gruppo Kamo Modena in ricordo della strage dello scorso anno.

Nel mentre nel piazzale si sono radunate una settantina di persone. Cominciano gli interventi, si presenta il dossier elaborato dal comitato (scaricabile da qua: Dossier) un contributo in termini di controinformazione e controinchiesta dal basso su uno degli eventi più drammatici e sanguinosi mai avvenuti nella storia dei sistemi penitenziari europei”; viene letto un prezioso contributo che ricorda l’anestetizzazione dell’opinione pubblica da parte dei media attraverso la disumanizzazione progressiva delle vittime.

“Ci è voluta più di una settimana solo per conoscerne i nomi, mai un minimo ricordo delle loro vite, mai una sola parola di un loro familiare, di un loro amico. Tredici invisibili, invisibili da morti come lo erano da vivi. La cancellazione collettiva della morte di tredici persone deriva dalla negazione della loro esistenza. C’è una terribile contiguità tra le morti in carcere e le morti nel Mediterraneo: la non appartenenza, il non riconoscere a migliaia di esseri umani sentimenti propri, sogni, affetti, relazioni… e l’indifferenza per la loro scomparsa l’atroce conseguenza, risultato di un modello di società sempre più escludente, classista e razzista. Nel pieno della pandemia l’istituzione carcere ha mostrato nel modo più agghiacciante la sua vera funzione: quella di discarica sociale, l’esatto opposto del reinserimento decantato dalla Costituzione.”     

E che si sappia poco, veramente poco in città, su quanto accade nel carcere di Modena è ribadito anche dal presunto suicidio (contestato da famiglia e avvocato) di un detenuto 31enne, Zacaria Baba, solo pochi giorni fa, nella giornata di martedì. Successivamente, nel piazzale antistante il Sant’Anna, si ascolta un intervento registrato per l’occasione da Moni Ovadia, poi parla Nicoletta Dosio in collegamento telefonico e Sandra Berardi dell’Associazione per i diritti dei detenuti Yairaiha Onlus. La composizione della manifestazione è completamente eterogenea. Più che la voglia di parlare al microfono, questa volta, sembra esserci la volontà di essere lì, presenti, assieme, con i propri corpi e le proprie teste davanti a quel luogo, dal quale un anno fa cominciava a salire un fumo inquietante e carico di presagi.

Il presidio termina verso la mezza con la consapevolezza che una parte di città che non ha intenzione di distogliere lo sguardo su quanto accaduto ancora c’è, è minoritaria ma c’è e si incammina verso casa dietro quella corona di fiori in ricordo di Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Alì Bakili, Lofti Ben Mesmia, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Salvatore Sasà Piscitelli e Abdellha Rouan.

 

8 Marzo 2021

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