Era il 1972 quando “Ultimo tango a Parigi” venne prodotto e in Italia, certi temi, incontravano ancora parecchia difficoltà a trovare spazio d’espressione. All’epoca la proiezione del film generò scandalo per via delle considerevoli scene erotiche che allora non passarono inosservate. La pellicola venne dunque condannata nel 1976 e fino al 1987 non fu più proiettata. In quegli anni tuttavia si poté assistere ad un mutamento culturale non indifferente, mutamento che lo stesso Pasolini, dimostrò già anni prima in “comizi d’amore”. Era una fase della storia del paese che vedeva il popolo italiano confrontarsi su temi spinosi quali il divorzio e il diritto all’aborto. Ancora non si parlava di reato di stupro, ma i movimenti femministi del ’77 e quelli queer degli anni ’80, diedero buona spinta a quella che è da considerarsi a tutti gli effetti come un’apertura mentale non da poco e che portò negli anni ’90 all’abrogazione di articoli del codice penale quali il “Ratto a fine di matrimonio” e il “Ratto a fine di libidine”, in materia di legislazione sulla violenza sessuale, giusto nel 1996, quasi l’altro ieri. Non sono passati molti anni da questo rinnovamento culturale, ma le lacune permangono.

Ancora oggi, del resto, capitano in numero considerevole atti di violenza che non vengono denunciati e, nei casi in cui si arriva con coraggio a denunciarli, persiste nelle istituzioni un’atteggiamento tale da concedere scarsa attenzione a questo tipo di violenza. Molto spesso, chi denuncia, oltre ad essere nella maggior parte dei casi unico testimone, viene “denudato” davanti al tribunale dove occorre dimostrare la violenza subita. Come accaduto a Torino dove, durante il processo, oltre al profilo psicologico della vittima e al rivivere le traumatiche esperienze d’abuso, una ragazza si sentì addirittura affermare dalla Pm che senza urlare e avendo “solo” detto al violentatore << No, basta.>> non risultava prova sufficiente per incolpare il denunciato, con l’accusa che cadde in questa maniera.

Ricordiamo poi che non è nemmeno passato troppo tempo dalla riformulazione dell’articolo 162-ter del codice penale italiano in cui è stata rivista la procedura per il reato di stalking per cui, prima della rivisitazione, si poteva pagare una somma di denaro per fare estinguere il reato (qua) ed è allarmante il fatto che realmente sia accaduto che una persona che ha agito stalking sia stata assolta solo perché chi ha subito molestie non ha voluto accettare del denaro che non avrebbe, in qualsiasi somma, mai risarcito veramente quella brutale esperienza vissuta.

Ancora oggi i corpi delle donne vengono strumentalizzati. Esemplare il caso delle due studentesse americane che, a Firenze, vennero abusate da due carabinieri. Questi ultimi, ebbero la possibilità di replicare mediaticamente affermando a più riprese che le ragazze erano consenzienti e, in un secondo momento, dicendo che non si erano resi conto che fossero ubriache  al contrario, invece, dei famigerati stupratori di Rimini di una coppia di polacchi che, senza se e senza ma, vennero condannati ancor prima del processo. A seguito della la testimonianza dei due carabinieri nel caso di Firenze, Dario Nardella, sindaco della città, ebbe il coraggio di uscire pubblicamente dicendo che  <<gli studenti americani devono imparare che -Firenze non è la città dello sballo->>, un modo come un altro per spostare l’attenzione da un atto gravissimo come uno stupro a semplici norme di comportamento. I due carabinieri rientrarono così nella categoria delle “mele marce” all’interno di un sistema istituzionale che necessita autoprotezione proprio quando tutti e tutte ricordiamo Maya, la ragazza di Torino che, solamente per aver osato parlare durante una perquisizione molesta da parte dell forze dell’ordine, venne trattenuta in questura senza poter avvisare nessuno e subì violenza e forti umiliazioni da parte di quelle stesse divise che, in teoria, dovrebbero essere a difesa del cittadino.

Rimanendo in tema di abusi di potere anche a Modena, nel 2012, avvenne un episodio di violenza su una ragazza da parte di un carabiniere. Sono passati cinque anni da quei fatti e il processo continua tuttora senza essere giunto ad alcuna conclusione. Ma i lunghi e tortuosi tempi di attesa nei processi penali italiani non devono stupire, bisogna solo sperare che in questa “maratona”, tra le miriadi di denunce esposte e l’avere difficoltà a girare per le città in piena sicurezza, perché vi è sempre qualcuno che vuole abusare di te senza che venga mai fermato da nessuno, tanto meno dalle istituzioni, raggiunga la dirittura d’arrivo come successo a Teramo dove una dottoressa, dopo avere esposto svariate volte denuncia, è stata accoltellata fuori dal luogo di lavoro poiché, evidentemente, alle sue denunce non fu dato grande peso.

Al remoto ma non desueto grido << Il Personale è Politico!>> l’unica realtà che sta prendendo piede concretamente dalla chiamata dello scorso anno, partita dall’Argentina, è la marea di NonUnaDiMeno che sabato 25 novembre, ha dato ancora prova della sua vitalità con un partecipatissimo corteo a Roma. In migliaia, anche quest’anno, si sono presentate, per dire ancora una volta NO alle violenze di genere in tutte le sue forme e per ribadire che la violenza non è un fenomeno che può essere affrontato solo aumentando le pene o con approcci emergenziali, soprattutto dal momento in cui sono anche le stesse istituzioni ad attuare violenza, ma deve partire da quelle che sono le esperienze e i vissuti di tutte e tutti coloro che come singoli e come realtà lottano quotidianamente nel locale contro un sistema capitalista e patriarcale violento!

#abbiamounpiano   LOTTIAMO!
#25novembre
#wetoogether