Si è concluso dopo 4 giorni il picchetto davanti  ai cancelli della Castelfrigo. 120, invece erano stati quelli di presidio permanente, nel quale i 75 lavoratori licenziati che nella prima metà del 2016 avevano scioperato per denunciare il sistema delle false cooperative e per chiedere l’applicazione del contratto nazionale logistica e trasporti, cercavano in qualche modo ascolto e giustizia.
Abbiamo osservato molto questa vertenza, non ci interessa ripercorrerne lo svolgimento cronologico, ma ne vorremmo analizzare i passaggi, le dinamiche e le prospettive visti i significati e le indicazioni che questa battaglia avrà indiscutibilmente per le lotte a venire. Saremo franchi nel descrivere quei comportamenti che abbiamo ritenuto ambigui e che creano frizioni fra il sindacato e chi, crediamo, sia il principale motore di quel conflitto tra capitale e lavoro che oggi è completamente in mano al primo, vale a dire i lavoratori.
Sono state molteplici le iniziative programmate per mantenere l’attenzione sulla vicenda Castelfrigo. Presidio permanente, conferenze stampe, sciopero della fame, fiaccolate, maratone e manifestazioni. La cosa è chiara fin da subito, è stata la necessità dei vertici della Cgil di riaffacciarsi, nel territorio modenese e non, come punto di riferimento delle rivendicazioni sindacali nel mondo del lavoro. “Ci ha messo la faccia” da subito.
Il presidio permanente continua incessante, sotto lo sguardo della famiglia Ciriesi e dei colleghi, fino a quando non iniziano a girare alcune notizie all’interno del presidio. La decisione da parte dell’azienda di assumere 10 nuovi lavoratori in accordo con la Cisl. Il fatto cambia radicalmente la situazione, il clima si accende e nell’assemblea indetta la sera stessa i lavoratori non vogliono più esitare, vogliono bloccare. A questo punto la Cgil, che ci aveva messo la faccia e che delle retoriche sulla legalità aveva fatto la propria arma principale, deve cedere posizione e accogliere le volontà dei lavoratori.
Una volta partiti i blocchi si riapre la partita che si concluderà al 4° giorno con un accordo in regione nel quale la Castelfrigo si assume la responsabilità di applicare l’accordo del 29 dicembre per i nuovi assunti e di redistribuire i lavoratori in nuovi appalti attraverso l’intervento di LegaCoop.
Una vittoria che porterà i vertici a decidere di sciogliere il picchetto e di continuare il presidio permanente in attesa della ricollocazione dei licenziati. Una vittoria insoddisfacente invece per i lavoratori. Con l’azienda che può continuare ad agire in maniera indiscriminata, trapela fortemente lo sconforto e il senso di sconfitta. Dopo mesi di lotta e nel momento in cui i picchetti vengono percepiti come un punto di non ritorno ecco che la Cgil, al quarto giorno e sotto la minaccia di sgombero da parte delle forze dell’ordine, fa dietro front  dichiarando che le ragioni che giustificano il picchetto non ci siano più e mettendo i licenziati nella condizione di sottostare a questo patto.
Torna la calma dunque in quelle strade che appena l’anno prima avevano visto un susseguirsi di violenza poliziesche sulla pelle degli operai dell’AlcarUno. Uno scontro acceso fin dai primi picchetti nel quele si fronteggiavano sia una chiusura sul piano delle trattative sia una irriducibilità delle richieste dei lavoratori.
Crediamo che questa vertenza sia stata un’occasione persa per poter fare dei passi in avanti verso un comparto produttivo sempre più votato ad uno sfruttamento disumano e sulla necessità di ricomporre pezzi di classe sociale che oggi vivono legati a catene di ricatto sia economiche, che burocratiche. Sappiamo che lì davanti, in questi mesi tanti/e compagn* si sono impegnati portando ogni giorno il proprio corpo davanti a quei cancelli, ma se lo scopo principale è quello di neutralizzare (anche involontariamente) i comportamenti conflittuali di questi segmenti sociali, allora la direzione che si sta prendendo crediamo non sia quella giusta. Lì davanti noi non abbiamo visto comportamenti differenti da altre esperienze di lotta nel comparto carni. Abbiamo visto un’organizzazione sindacale che ha di fatto privato i lavoratori del proprio protagonismo e che non ha saputo ascoltare le indicazioni che da essi provenivano. Una vittoria dal sapore della sconfitta.