Da mesi ormai nelle scuole modenesi come in quelle di tutta Italia si sussegue la comparsa delle forze dell’ordine con  cani dell’unità cinofila al seguito, Sigonio, Venturi, Selmi e ultimo in ordine cronologico l’IPSIA Corni. Nulla di nuovo ai nostri istituti certo, già l’anno scorso la sperimentazione massiccia di questo modus operandi poliziesco all’interno dei luoghi di studio aveva suscitato polemiche e perplessità sia tra gli studenti che tra docenti e genitori.
Docenti che più volte hanno anche preso parola sull’argomento, fece scalpore la lettera di un professore di filosofia di Siena che riportava il clima generato da una di queste “irruzioni poliziesche”, di come un professore fosse addirittura stato sospeso per essersi opposto allo svolgersi della perquisizione e di quanto tutto ciò snaturasse la teorica essenza stessa dell’ambiente scolastico.
Con il coro unanime delle istituzioni tutto intento a ripetere il mantra della sicurezza era certo che il teatrino della legalità non avrebbe tardato anche quest’anno ad andare in scena, e così è stato.
In questo si concretizzano gli altisonanti discorsi pieni di retorica sull’importanza dei giovani e della loro formazione culturale per il futuro.
In un mondo della scuola egemonizzato dalla mentalità dell’eccellere, in cui l’unica via proposta per il raggiungimento della soddisfazione è primeggiare e dove altresì l’alternanza scuola lavoro rende abitudine lo sfruttamento, la precarietà e persino i pericoli che si incontreranno poi sul lavoro, quello vero, una volta usciti dalla splendente favola promessa in conferenze e incontri con giovani stelle dell’imprenditoria che grazie a mirabolanti idee (oltre che allo spesso taciuto aiuto di capitali famigliari) sono riuscite ad affermarsi.
Dove l’apparenza estetica prevarica la reale qualità dell’istruzione, in cui al fine di accaparrarsi investimenti di privati spuntano inutili abbellimenti estetici alle parti in vista degli edifici scolastici a discapito di un costo sulle famiglie per l’istruzione altissimo. In quest’ottica non è difficile vedere le perquisizioni all’interno delle scuole come allontanamento del degrado, volto a rendere privo di qualunque tipo di aggregazione sociale alternativa l’ambiente scolastico e pulire la vetrina da esposizione della neonata “Azienda scuola” da brutture intollerabili quali il consumo di sostanze stupefacenti nel perimetro scolastico. La motivazione di una presunta ricerca di chissà quali reti di spaccio d’altronde cade ad ogni perquisizione, di fronte all’evidenza che non vi è altro che un tipo di microcriminalità molto semplice tra la composizione giovanile nelle scuole: quello dettato dalla necessità e dal naturale desiderio di potersi permettere una vita dignitosa, alla pari con gli altri studenti, senza essere costantemente condizionati dal sempre maggiore costo della vita che colpisce duramente chi non proviene da famiglie abbienti.
La soluzione migliore a questo disagio è davvero polizia e cani antidroga? O piuttosto risolvere la necessità, rendendo realmente accessibili a tutti i momenti di intrattenimento e i servizi di trasporto pubblico impedendo che lo svago diventi momento di implicita discriminazione di natura economica? È facile immaginare che un ipotetico arresto, durante una lezione, davanti a tutta la classe, potrebbe non facilitare l’obbiettivo di evitare l’emarginazione sociale. Il caso del ragazzino suicida a Lavagna, avvenuto lo scorso anno, a seguito all’intervento della polizia presso la sua abitazione alla ricerca di stupefacenti é un esempio di quale sia il peso psicologico ed emotivo a cui questo tipo di repressione e interventi sottopongono gli adolescenti. Distruggere la vita ad un adolescente non serve sicuramente a curare una eventuale tossicodipendenza, ma soltanto ad educare alla paura della legge, al muto consenso a qualunque tipo di intervento (giusto o meno) e al regime di polizia che permea il nuovo modello di gestione delle problematiche sociali affermatosi nella legislatura targata Partito Democratico, sempre più in mano a prefetti e questori
Chi dalle istituzioni attacca la concezione dei luoghi d’istruzione come territorio estraneo al controllo massiccio degli organi di polizia dimentica che uno dei principi su cui l’istituzione scolastica pone le sue basi è quello di garantire la serenità e la tranquillità necessarie all’apprendimento e ci sentiamo di dire che messaggi che vietano, un’ora prima, dall’altoparlante della scuola, qualunque tipo di uscita dalla classe e studenti messi contro al muro mentre il cane viene fatto passare prima tra i banchi poi davanti agli stessi, con metodi che ricordano tempi passati e bui, non hanno nulla a che vedere con la teorica serenità.