Il materiale si direbbe quello di sempre, un grande classico della contemporaneità urbana con le scene dei nuovi accantieramenti, i comitati che insorgono, gli amministratori che offendono, l’occupazione di un vecchio cinema e l’ordinanza del sindaco. Eppure in fase di postproduzione è accaduto qualcosa di prodigioso, perché la sala abitualmente meccanica ha cominciato ad animarsi, le reazioni hanno disobbedito all’algoritmo, è partito qualche applauso dalle file buone.

E’ bastato montare le scene in modo diverso, in realtà quello che sta accadendo a Modena nelle ultime settimane è anche un omaggio alla teoria generale del montaggio. Ci sono i comitati, appunto, ma nella scena immediatamente successiva protestano a favore dell’inclusione sociale. Ci sono gli autonomi, per fortuna, ma questa volta la loro occupazione precipita sul primo piano di una città più riconoscente, la simpatia dei passanti, l’obiettività della stampa, un giudizio più indulgente.

La sequenza in cui il comitato #mobastacemento accusa l’amministrazione di alimentare una guerra tra poveri o quella del Guernica che restituisce alla comunità un luogo dal quale era stata espulsa, determinano uno spaesamento benefico, un’apertura di orizzonte, un grandioso colpo di scena nella trama politica del presente.

Si chiama effetto Kulešov e prende il nome dal regista russo che per primo illustrò cosa accade quando la stessa inquadratura viene associata a delle scene diverse. Qui c’è anche una ricostruzione dell’esperimento originale: il volto dell’attore non cambia, il filmato viene semplicemente ripetuto, sempre identico, ma se immediatamente dopo appare una zuppa oppure una bambina morta quella stessa ripresa assume due significati opposti.

A questo punto le azioni del comitato e del Guernica non vengono più intrappolate in una totalità consueta, che affida a ciascun elemento una funzione sistemica, perché ora il montaggio ne ha liberato la carica politica ed espressiva, mentre a degradare la città risultano gli stessi amministratori, le burocrazie e i flussi speculativi che fino a un momento prima combattevano il degrado nel mendicante: è tutta la loro legalità ad aver causato la devastazione che la riapertura dell’ex cinema ha reso così platealmente oscena.

Grazie all’inquadratura di #mobastacemento che pone al centro della propria strategia la questione della povertà e degli autonomi che svelano il mosaico di Luciano Giberti, siamo in quello che il filosofo del montaggio Ernst Bloch chiamava lo «spazio vuoto con scintille». Uno spazio in cui risulta ancora più ridicola la nostalgia per la saturazione simbolica e funzionale dei vecchi discorsi, il loro tentativo di trattenere il comitatismo nella sfera del nimby o gli antagonisti in quella dei fattoni, violenti e ideologici.

Magari con una povera ordinanza del sindaco Muzzarelli che transenna improvvisamente il passaggio in cui negli ultimi anni si sarebbe potuto ammazzare chiunque, anche se nel vecchio film non importava a nessuno. Importa adesso, in quello nuovo, perché il vero pericolo è proprio l’ingresso dell’ex cinema occupato, un altro favoloso effetto Kulešov.

 

Da rapportovertov