Passata la festa gabbato lo santo.
Dopo “l’indignazione” temporanea di Como e la sfilata “antifascista” delle istituzioni #equestoèilfiore, a Modena tutto ritorna nell’alveo della “normalità”.
Botte a sinistra – come per ogni sacrosanta lotta che avviene in questo paese, d’altro canto – e discorso pendente a destra.
Si comincia prima, dalle parole, col presidio antifascista autorizzato che sui giornali diventa “raduno degli antagonisti” e i fascisti che tornano ad essere “estrema destra” rientrante tranquillamente 
nell’arco costituzionale nonostante, questa volta, la destra Berlusconi-Salvini-Meloni e il Movimento Cinque stelle locale abbia evidentemente annusato l’aria e approfittato opportunisticamente della ricca occasione per non sporcarsi le mani, sedendosi in riva al fosso a guardare i potenziali cadaveri passare. 

Poi tutto come da copione, forse persino scontato.
Si arriva alla spicciolata in fondo a via Emilia, vicino a Largo porta Bologna. Chi è già in piazza racconta di controlli ai documenti e perquisizioni. Camionette e militari in assetto antisommossa in ogni 
lato. Il cordone della celere si schiera sul lato di Piazza Garibaldi al confine con largo Porta Bologna. L’auto con l’impianto per la manifestazione non riesce dunque a passare. Il presidio si ingrossa sotto la pioggia. Le facce modenesi sono tante, di tutte le età e di svariate realtà politiche e associative locali. Mancano giusto quelle sigle (tutte a parte qualche sporadico politico che si aggira per i vari presidi) che a marzo chiederanno il voto agli italiani; “l’antifascismo” da comizio radunato poi sparito alle 18. 

I numeri non sono enormi, ma ad un certo punto si superano ampiamente le 300 persone, al freddo, sotto la pioggia e circondate dalla polizia. Un cuore sinceramente antifascista a Modena batte ancora e non è un dato così scontato visti i tempi. Anzi.

Sotto al Monumento ai Caduti, nella manifestazione fascista, i numeri non devono essere troppo clementi e se ieri il Resto del Carlino parlava di 180 manifestanti allora abbiamo visto bene, e ce ne erano molti meno.
Intanto, in via Emilia, la tensione sale e le proposte di girare i tacchi e sfilare in direzione ostinata e contraria, che a Modena sta andando per la maggiore ultimamente (vedere la manifestazione del 14 maggio 2016 contro gli sgomberi, il SiCobas lo scorso febbraio o anche solo l’ultima mobilitazione del 3 dicembre), viste anche le ostilità della Questura a qualsiasi manifestazione che non sia fascista o istituzionale, rimane inascoltata. 
Scoppiano un paio di grossi petardi, alla terza esplosione parte la carica profonda e brutale. 
Il manganello che infierisce incessantemente su chi è rimasto per terra. Ci sono diversi feriti e quattro fermi di cui solo uno trasformato in arresto e liberato ieri dopo una condanna per direttissima. Il presidio “municipale” si è già disperso alla prima carica, davanti alla parrocchia di San Biagio poi con la fuga in via del Carmine. 
Il confronto si sposta su Canalgrande dove il corteo si ricompatta e arriva fino al Parco Novi Sad.
La serata finisce alle 23 con fermi, feriti e una città sconquassata nella sua essenza, la normalizzazione. 
Già, perché qua vanno demonizzati esclusivamente coloro che rivendicano un sentimento e un modo di vivere la politica e le lotte sociali con modalità vive e concrete.
E’ sicuro che possano esistere percorsi virtuosi in cui le pratiche antifasciste concrete si discostino un tantino da quanto andato in scena venerdì sera e le ultime mobilitazioni antifasciste in città lo testimoniano. Così come è ovvio che certe pratiche (di antifascismo) si concretizzino molto di più nella quotidianità piuttosto che in momenti singoli, a volte più sentiti che necessari.
Ed è esattamente su quelle pratiche quotidiane che occorre continuare a lavorare, sul territorio e nel territorio, nelle scuole e nei quartieri, indipendentemente dai cori indignati dei politici, di ogni schieramento, pronti a scagliarsi come faine contro quella parte di Modena che ha smesso da tempo di seguirli, quella che l’altro ieri sera era in piazza e che ancora oggi si lecca le ferite di una serata storta sui social network. Ben vengano i ragionamenti e che emergano anche tutti gli interrogativi fondamentali.
La democrazia è una strada difficile e lo sappiamo, però, ci domandiamo, quanto è necessario il bisogno di confrontarsi e di tornare a vivere la politica in città discutendo assieme dei problemi e sperimentando soluzioni di comunità? A Modena c’è o non c’è una realtà sociale che sente l’esigenza e l’urgenza di confrontarsi prima per poi organizzarsi? Quanto spazio le rimane?
Per quanto ne sappiamo, partendo dalle esperienze delle occupazioni abitative, dalle lotte con i lavoratori del comparto carni arrivando alla recenti occupazioni dei Cinema Olympia e Cavour, la risposta è sì, ed è sempre più concreta e necessaria, nonché sempre più repressa.
Siamo i primi ad essere delusi della mobilitazione di venerdì ma quanto spazio credete che rimanga in una “democrazia” che lascia spazio ai fascisti e regola di manganello tutto il resto? Ripensate alle immagini delle cariche di venerdì sera e rispondete con sincerità. Quanto? …e questo è il fioreee
Collettivo Guernica