L’impianto dell’alternanza scuola-lavoro sembra tornato improvvisamente sotto i riflettori grazie ad un episodio avvenuto a Carpi, all’Itis Leonardo da Vinci della medesima città, per la precisione.

È successo che uno studente che aveva osato criticare il progetto di alternanza a cui era sottoposto, è  stato minacciato di essere punito dal consiglio di classe con un sei in condotta. Denunciare pubblicamente, tramite il proprio profilo Facebook, le condizioni a cui si è obbligati con l’alternanza scuola-lavoro può costare caro a quanto pare.

Un’ora e mezza di viaggio in una direzione per otto ore di lavoro da operaio-massa, con una mansione apprendibile da chiunque e in 15 minuti. Cosa bella è che cominci alla mattina e al pomeriggio passano gli ingegneri che tra qualche mese ti sostituiranno con un robot.
L’alternanza si sta dimostrando ultra helpful anche per me, infatti ho imparato che fare l’operaio fa cagare sia in campagna che in città. E ho imparato a odiare ancora di più chi ci impone questo sistema di merda e a vantaggio di chi va.

Queste le parole incriminate dello studente. Inaccettabili secondo il dirigente scolastico dell’istituto che giustifica così un sei in condotta rifilato per una semplice critica:

Questo comportamento, che evidentemente deriva da un pregiudizio nei confronti del progetto, rischia di danneggiare anche il ragazzo. Il 6 in condotta è stato dato come conseguenza di un comportamento ritenuto inaccettabile, ma non è un giudizio definitivo e non pregiudica la promozione. Stiamo parlando peraltro di un ragazzo molto intelligente, che va bene a scuola.

Quindi fino a quando fai il tuo lavoro in silenzio sei considerato uno studente modello mentre se provi solo ad alzare la testa rischi di pregiudicare la tua carriera scolastica, con la scuola stessa e i suoi massimi dirigenti pronti a lanciare dei messaggi, nemmeno troppo celati, per farti tornare sulla retta via.

L’alternanza si pone come obbiettivo di mettere in comunicazione gli studenti con il mondo del lavoro, ma con quali strumenti? È dal 2009, con la riforma Gelmini, che l’educazione scolastica e universitaria è attaccata da riforme che tagliano ore, programmi e fondi utili alla formazione degli  studenti. A causa di queste in molti istituti italiani sono svanite nel nulla ore di storia, diritto ed educazione civica con un trend inarrestabile che evidenzia inequivocabilmente come le istituzioni tendano verso una decostruzione del sapere e in direzione un disinteressamento guidato rispetto alla storia ed alle materie umanistiche in generale. Questo produce una massa di studenti incapaci di pensare con la propria testa e inclini ad accettare le imposizioni che provengono dall’alto. Dove non arrivano i programmi ci pensano le sanzioni disciplinari a sottolineare l’orientamento.

La scuola tuttavia non dovrebbe essere un luogo nel quale un individuo assorbe esclusivamente le conoscenze per replicarle in modo meccanico e ripetitivo bensì un centro dove crescere e formarsi con un pensiero critico dedito al miglioramento di se stessi e della società in cui si vive. Se oggi gli studenti italiani non hanno le competenze necessarie per entrare nel mondo del lavoro men che meno possiedono gli strumenti sufficienti per affrontare una realtà dura come questa dove spesso ti vogliono specializzato per poi pagarti come un apprendista. Non occorrerebbe che la scuola provvedesse anche a questo, a formare uno studente in maniera tale che possa essere in grado di conoscere diritti e doveri propri del mondo del lavoro? Diritti e doveri conquistati nel tempo da chi ci ha preceduto e da chi si è impegnato e sacrificato per avere una vita più dignitosa e giusta. Forse anche saper leggere un contratto di lavoro o una busta paga è fondamentale per non “farsi fregare” dal proprio datore di lavoro (si prendano ad esempio la vertenze dei SiCobas nel distretto carni modenese).

Nel nostro paese invece si è pensato di riempire queste lacune dando semplicemente un ‘calcio in culo’ agli studenti, spedendoli direttamente sul posto di lavoro, chi con mansioni da metalmeccanico, chi come cassiera/e da McDonalds, chi come archivista in biblioteca, pretendendo inoltre che questa condizione venisse accettata senza alcun dubbio e senza alcuna voce contraria.

Un’ultima domanda però lasciatecela porre, ma i nostri dirigenti scolastici sono consapevoli che stanno fabbricando “scolasticamente” i nuovi schiavi del terzo millennio?